giovedì 28 settembre 2017

primi e ultimi



Mt 20, 1-16

Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.

Un unico commento: tendiamo a far nostre le ragioni dei primi, di chi ha lavorato tutto il giorno, perché in fondo ci identifichiamo con lui. Ci diamo da fare, ci impegniamo, facciamo le cose per bene, e ci irrita che chi ha fatto poco o nulla sia trattato come noi. 
Ma noi non siamo i primi…


venerdì 15 settembre 2017

Importanza delle parole



Mt 16, 21-27

Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te,

Fratello.
Non conoscente, non nemico, non avversario. Chi ha fatto qualcosa contro di te è tuo fratello. Può un fratello commettere una colpa contro di te? Certo. Ma rimane tuo fratello. Invece appena qualcuno ci fa del male lo declassiamo subito a estraneo, prendiamo le distanze, tagliamo i ponti.

Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Mt 18, 21-22

va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello;

Fra te e lui solo.
Facilmente saltiamo questo passaggio e passiamo al successivo, parlandone con chiunque tranne che con l’interessato.


se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.

Testimoni
Non alleati. Quando lo diciamo ad altri, non solo diamo solamente la nostra versione, non sempre vera e completa, ma tendiamo a dare in modo che gli altri ci diano ragione, che passino dalla nostra parte. Mentre invece è necessario che ci sia qualcuno che veda le cose diversamente da come le vediamo noi. Dei testimoni, appunto.

Nei vostri giudizi non avrete riguardi personali, darete ascolto al piccolo come al grande; non temerete alcun uomo, poiché il giudizio appartiene a Dio. Dt 1, 17

Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità;

Comunità
Il passaggio che generalmente noi facciamo per primi, l’andarlo a dire a tutti, qui viene messo alla fine. Non come la prima cosa da fare ma come l’ultima, come la decisione e la difesa estrema. Talmente estrema che se sono stati fatti i passi precedenti non dovrebbe mai essere attuata.

e se non ascolterà neanche la comunità,

È ciò che è conosciuto come scomunica. Esiste ancora, appunto come atto estremo di difesa della comunità cristiana. Ma è competenza della guida della chiesa, non nostra. Noi non possiamo scomunicare nessuno (anche se ahimè lo facciamo spesso).

sia per te come il pagano e il pubblicano.

Pagano e pubblicano
Cioè sia considerato fuori della comunità. Ma attenzione: Gesù come tratta i pagani e i pubblicani?

Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro”.  Lc 18, 10-14


In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.

Ma se scioglie quello che Cristo ha legato? O se si lega quello che Cristo ha sciolto?

giovedì 7 settembre 2017

chi precede e chi segue



Mt 16, 21-27

Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.

È il suo programma. Non è solo un destino, ma una sua scelta consapevole anche se faticosa. E noi, ascoltando queste parole di Gesù di nuovo veniamo posti di fronte alla scelta se essere credenti o discepoli. Il credente crede in Dio, ma può farlo a modo suo, se vuole. Può anche solo credere che esista e basta. Oppure può credere che faccia le sue cose più o meno a nostra insaputa. Solamente credere non implica un seguire o un obbedire.
Il problema di Pietro inoltre è che quando si comincia ad essere affezionati a qualcuno si vorrebbe che per lui tutto vada nel modo migliore. È una cosa molto bella in sé. Ma contiene un grosso rischio: che ‘il modo migliore’ siamo noi a deciderlo.

Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai».

Dire ‘Dio non voglia’ quando appena un momento prima il Figlio di Dio ha comunicato quello che vuole è veramente un bel paradosso. Ma la situazione è ancora più complicata, perché Gesù stesso, come Figlio diventato uomo, sta faticando lui stesso ad accettare il progetto del Padre. Lo conosce e lo riconosce, ma umanamente è faticoso per lui. Lo si vedrà bene più tardi nell’orto del Getsemani:

…si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu! … E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: “Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà”. Mt 26, 39-42


Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

Poco prima Gesù aveva gratificato Pietro di un altissimo complimento:

…Gesù disse loro: “Voi chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. 16, 13-20
 
E ora Pietro stesso viene chiamato Satana. Da beato a satana in meno di un minuto. Gesù era stato molto contento che Pietro lo avesse riconosciuto per quello che è. Ma questo implica anche l’accettarlo per quel che è. Si può anche credere che Cristo sia il Figlio di Dio e poi non seguirlo. Giacomo nella sua lettera aveva sottolineato così questo concetto:

Tu credi che c'è un Dio solo? Fai bene; anche i demòni lo credono e tremano! Gc 2, 19

Lo credono ma certo non lo seguono. Ai suoi discepoli Gesù chiede di seguirlo, non solo di riconoscerlo.

Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.  Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

Seguire significa stare dietro, non davanti. ‘Va’ dietro a me!’. Se si sta davanti a Cristo lo si fa inciampare (questo significa il termine greco skandalon), si ostacola il suo cammino. È molto di più che dare genericamente cattivo esempio, è proprio intralciare Dio. Ecco perché Pietro viene chiamato Satana. Perché impedisce a Cristo di fare quello che deve: salvare l’uomo con il proprio sacrificio. 


venerdì 25 agosto 2017

tutti sulla stessa barca

Mt 14, 22-33

Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla.

Questo curioso episodio segue la moltiplicazione dei pani e dei pesci (Mt 14, 16-21). Il messaggio che vuole dare Gesù è ‘non preoccupatevi, non vi mancherà ciò di cui avete bisogno’. Ma di fronte ai bisogni immediati e vitali (fame, pericoli) è difficile confidare solo in Dio senza preoccuparsi. In un altro momento raccontato da Marco, che inizia anche con il richiamo ai pani e alla barca, si vede come i discepoli fatichino, pur avendo assistito ai segni fatti da Gesù, a staccarsi dalle necessità materiali:


I discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un pane solo. Allora egli li ammoniva dicendo: “Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!”. E quelli dicevano fra loro: “Non abbiamo pane”. Ma Gesù, accortosi di questo, disse loro: “Perché discutete che non avete pane? Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?”. Gli dissero: “Dodici”. “E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?”. Gli dissero: “Sette”. E disse loro: “Non capite ancora?”. Mc 8, 14-21


Nel nostro episodio Gesù mette ancora una volta i discepoli in una situazione di bisogno, per aiutarli a capire dove bisogna mettere la presenza del Signore nella loro vita.

L’episodio inizia con Gesù che costringe i discepoli a salire sulla barca e ad attraversare il lago. Li costringe proprio, e li lascia da soli nella traversata.


Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro


Non solo li lascia da soli, ma devono affrontare la traversata con il vento contrario. E li lascia in quella situazione tutta la notte. Notte che richiama le notti travagliate che nella nostra vita non mancano mai.




camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».


È un episodio curioso perché si intravvede in trasparenza un richiamo a qualcosa di più grande rispetto al solo evento della traversata. Perché Gesù fa fare questa cosa ai discepoli? Che significato ha questo episodio? E cosa vuol dire questo suo camminare sull’acqua? Non mi sembra che Gesù faccia mai dei gesti a caso o solo per stupire. Giovanni li chiama ‘segni’ proprio perché indicano qualcosa che va oltre e che va scoperto.

Proviamo a rileggere il testo in una visione più ampia. Sappiamo che il mare, nella visione biblica (e non solo) è il simbolo stesso della vita. Per un popolo che vive tra il deserto, il Mediterraneo e il Giordano, il mare è allo stesso tempo fonte di sostentamento e di morte. E la vita davvero è come un mare profondo, pieno di risorse ma anche di pericoli.

Siamo stati costretti, come i discepoli da Gesù, ad attraversare questo mare. Non abbiamo scelto noi di venire al mondo. Se vogliamo il vivere è un subire decisioni altrui, a partire da Dio stesso. Ma nello stesso tempo è certamente un grande regalo e una potente sfida. Ma la grande domanda che tutto questo genera è: in tutto questo il Signore dov’è? Quante volte ci siamo fatti questa domanda! Un episodio nel vangelo di Marco ci presenta una situazione simile:


In quel medesimo giorno, verso sera, disse loro: “Passiamo all'altra riva”. E lasciata la folla, lo presero con sé, così com'era, nella barca. C'erano anche altre barche con lui. Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, non t'importa che moriamo?”. Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”. E furono presi da grande timore e si dicevano l'un l'altro: “Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?”.  Mc 4, 35-41


Non ti importa che moriamo? Perché ci lasci soli nella vita e te ne vai (o dormi)?

La singola situazione ci sembra chiusa, disperata, abbandonata.

Però…

nel nostro episodio Gesù non se n’è andato in ferie:


salì sul monte, in disparte, a pregare

E per chi starà mai pregando?

Coraggio, sono io, non abbiate paura!».

E nell’episodio di Marco Gesù è pur sempre lì sulla barca. Dorme, è vero, ma è lì.

Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?

E nell’episodio del rimprovero perché pensano al pane, Gesù li mette di fronte a due eventi in cui ha provveduto.

Non capite ancora?


Mi sembra sia possibile intravvedere nel nostro episodio tutto il senso della nostra vita. Il nostro essere costretti ad attraversarla fino all’altra riva, le difficoltà che incontriamo, il nostro sentirci soli. E nello stesso tempo la sua presenza-assenza. Il suo pregare per noi, il suo saper camminare su questo mare in cui noi rischiamo di affondare. Il nostro essere comunque su una barca, che per quanto in pericolo ci tiene a galla.

Il camminare di Gesù sull’acqua e la paura dei discepoli ci richiama un altro evento fondamentale: la resurrezione:


Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho”. Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: “Avete qui qualche cosa da mangiare?”. Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Lc 24, 36-43


Solo la capacità di vedere le cose nel loro insieme globale, eterno, come le vede Dio, ci permette ci capire il senso dei piccoli eventi e delle singole situazioni che nel momento in cui le viviamo non sappiamo capire.

Solo la resurrezione ci fa intravvedere il senso delle cose.


Ma mica è ancora finita. La resurrezione in sé potrebbe essere il miracolo supremo, l’intervento conclusivo di Dio che mette tutto a posto (ma che nel nostro piccolo raramente siamo capaci di vedere, quindi non capiamo sempre quello che ci sta capitando). Ma, come nel vangelo, mai Gesù interviene autonomamente e dall’esterno, bensì richiede sempre una collaborazione di qualche tipo da parte nostra. Anche nella nostra vita ci coinvolge, ci chiama in causa, non ci lascia spettatori ad ammirare i suoi superpoteri in azione.


Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù.


Mi viene in mente un altro episodio, sempre dopo la resurrezione di Gesù:


Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!”. Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”.  Gv 20, 24-29


Sia Pietro che Tommaso vogliono sperimentare in prima persona. E Gesù non glielo impedisce. Li provoca, li invita a sperimentare, a toccare, a provare in prima persona.


Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».


Manca qualcosa a Pietro. Ricordiamoci che la fede, così come ce la presenta Gesù, non è un semplice credere nell’esistenza di un dio, ma un invito a fidarci di lui, qualunque cosa succeda.




Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».


Stupore per loro, ma credo non ancora comprensione. Comprendere significherebbe non solo meravigliarci e osannare, ma immergerci in lui, diventare come lui, fare come lui. Ma quanto è difficile! È più facile stupirci e lasciarlo da solo a fare miracoli che diventare come lui.