mercoledì 12 ottobre 2016

Veglia

Dalle «Istituzioni» di san Colombano, abate
(Istr. 12, 2-3)

 

Quanto sono beati, quanto sono felici «quei servi che il Signore, al suo ritorno, troverà ancora svegli»! (Lc 12, 37). Veglia veramente beata quella in cui si è in attesa di Dio, creatore dell'universo, che tutto riempie e tutto trascende! 

Volesse il cielo che il Signore si degnasse di scuotere anche me, 
meschino suo servo, dal sonno della mia mediocrità 
e accendermi talmente della sua divina carità 
da farmi divampare del suo amore sin sopra le stelle, 
sicché ardessi dal desiderio di amarlo sempre più, 
né mai più in me questo fuoco si estinguesse! 
Volesse il cielo che i miei meriti fossero così grandi 
che la mia lucerna risplendesse continuamente di notte nel tempio del mio Dio, 
sì da poter illuminare tutti quelli che entrano nella casa del mio Signore! 
O Dio Padre, ti prego nel nome del tuo Figlio Gesù Cristo, 
donami quella carità che non viene mai meno, 
perché la mia lucerna si mantenga sempre accesa, né mai si estingua; 
arda per me, brilli per gli altri.
Dégnati, o Cristo, dolcissimo nostro Salvatore, 
di accendere le nostre lucerne: 
brillino continuamente nel tuo tempio 
e siano alimentate sempre da te che sei la luce eterna; 
siano rischiarati gli angoli oscuri del nostro spirito 
e fuggano da noi le tenebre del mondo.
Dona, dunque, o Gesù mio, la tua luce alla mia lucerna, 

perché al suo splendore mi si apra il santuario celeste, il santo dei santi, 
che sotto le sue volte maestose accoglie te, sacerdote eterno del sacrificio perenne.
Fa' che io guardi, contempli e desideri solo te; 

solo te ami e solo te attenda nel più ardente desiderio.
Nella visione dell'amore il mio desiderio si spenga in te 

e al tuo cospetto la mia lucerna continuamente brilli ed arda.
Dégnati, amato nostro Salvatore, di mostrarti a noi che bussiamo, 

perché, conoscendoti, amiamo solo da te, 
te solo desideriamo, 
a te solo pensiamo continuamente, 
e meditiamo giorno e notte le tue parole. 
Dégnati di infonderci un amore così grande, 
quale si conviene a te che sei Dio e quale meriti che ti sia reso, 
perché il tuo amore pervada tutto il nostro essere interiore 
e ci faccia completamente tuoi. 
In questo modo non saremo capaci di amare altra cosa all'infuori di te, che sei eterno, 
e la nostra carità non potrà essere estinta dalle molte acque di questo cielo, 
di questa terra e di questo mare, 
come sta scritto: «Le grandi acque non possono spegnere l'amore» (Ct 8, 7).
Possa questo avverarsi per tua grazia, anche per noi, 

o Signore nostro Gesù Cristo, a cui sia gloria nei secoli dei secoli. 
Amen.

lunedì 10 ottobre 2016

E gli altri?



Lc 17, 11-19

Alcuni anni fa (a dire il vero sono tantissimi anni fa, sarà stato l’86 o ’87), l’allora cardinal Ballestrero, vescovo di Torino, durante un incontro con i giovani nel santuario della Consolata disse: ‘Carissimi giovani, siete in tanti qui questa sera. Ne sono molto contento. Ma…e gli altri? Dove sono gli altri? Ci accontentiamo di essere qui e di stare bene tra di noi o ci preoccupiamo anche di chi non c’è?’. La sua meditazione continuò con la profondità ed efficacia che lo caratterizzavano, ma mi colpì questa sua domanda iniziale. Me ne sono ricordato ascoltando il vangelo di questa domenica, in cui Gesù fa la stessa domanda. A quello che, solo, torna a ringraziare sui dieci guariti, Gesù chiede ‘e gli altri nove, dove sono?’.
Partendo da questa domanda e da questa provocazione mi sono venute in mente, riguardo a questo episodio dei dieci lebbrosi, alcune considerazioni.

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!».

Come sempre, oltre alla semplice descrizione dell’episodio, possiamo cercare se ci siano qui anche degli ulteriori richiami e particolari che ci possono indicare qualcosa di più di un semplice reportage giornalistico. I lebbrosi sono dieci. Siccome nei vangeli (e nell’intera Bibbia) i numeri, secondo la tradizione ebraica, possono richiamare anche significati simbolici, andiamo a vedere se nei vangeli compare altre volte il numero dieci, e perchè. C’è la parabola delle dieci dracme (Lc 15,8…), quella delle dieci mine affidate ai dieci servi (Lc 19, 11…), c’è Matteo che descrive i miracoli di Gesù sintetizzandoli in numero di dieci, la parabola delle le dieci vergini di Mt 25, 1-13)… Il numero dieci viene usato quando si vuole indicare totalità. I dieci talenti ad esempio sono tutti i doni che Dio ha dato a tutti gli uomini. Quando c’è il dieci ci siamo tutti. I dieci lebbrosi, le dieci vergini, i dieci servi, siamo tutti noi. Questa descrizione evangelica, pur partendo da un episodio reale, lo presenta attraverso delle immagini simboliche che hanno lo scopo di farlo diventare un messaggio per tutti i discepoli. I lebbrosi chiamano Gesù ‘maestro’ senza che ce ne sia la necessità (hanno bisogno di guarigione, non di insegnamenti), ma questo è il termine con cui si rivolgono a Gesù tutti i discepoli.
I dieci protagonisti dell’episodio sono lebbrosi, e la lebbra è una malattia che se non curata distrugge il corpo, che perde letteralmente i pezzi. La comunità dei discepoli rischia continuamente di perdere pezzi, come il corpo di un lebbroso. Il corpo poi, seguendo la riflessione di san Paolo, è immagine stessa della comunità cristiana.

Come il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito. Ora il corpo non risulta di un membro solo, ma di molte membra. ... Non può l'occhio dire alla mano: “Non ho bisogno di te”; né la testa ai piedi: “Non ho bisogno di voi”. Anzi quelle membra del corpo che sembrano più deboli sono più necessarie; e quelle parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggior rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggior decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che ne mancava, perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte. I Cor 12, 12-27

Dunque nei dieci lebbrosi possiamo intravvedere la comunità cristiana, con i suoi problemi e le sue difficoltà. Una comunità che cerca il suo maestro perché se perde i pezzi non può più più stare nel ‘villaggio’ che è il mondo (i lebbrosi dovevano vivere lontani dai centri abitati). Una comunità che deve essere un corpo unito e collaborativo se vuole essere la presenza di Cristo nel mondo. Se perde i pezzi, se è lebbrosa è Cristo stesso che ne risente e quindi la sua azione salvifica per tutti gli uomini.

Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti».

Nella comunità cristiana, così come nella comunità ebraica, c’è un ruolo istituzionale affidato ai sacerdoti (anche se i sacerdoti nel mondo ebraico hanno un ruolo diverso dai sacerdoti cristiani). Con i sacerdoti Gesù ha un rapporto conflittuale. Non risparmia loro critiche e rimproveri. Eppure mai scavalca la loro autorità e mai mette in discussione il loro ruolo all’interno della comunità. I sacerdoti, nell’ottica ebraica, hanno il compito di fare da intermediari tra Dio e il suo popolo, sono diciamo la presenza visibile di Dio. Hanno il compito di ufficializzare l’azione di Dio davanti alla comunità. Chi è guarito va dal sacerdote che ha il compito di dichiarare avvenuta la guarigione. Da quel momento il malato, il lebbroso in questo caso, può ufficialmente rientrare nella comunità. Diciamo che il sacerdote è il garante formale dell’appartenenza al popolo di Dio. Gesù stesso, pur scontrandosi e criticando in alcune occasioni il comportamento personale dei sacerdoti ne riconosce il ruolo e invia da loro i lebbrosi perché possano essere ufficialmente riammessi nella comunità.


E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Ed eccoci all’epilogo con la domanda provocatoria di Gesù. Avendo parlato prima di numeri, mi soffermo ancora un po’ su questa proporzione 1 a 10 che si crea con il ritorno del Samaritano a ringraziare. Questa proporzione è la stessa, all’incirca, che nelle nostre parrocchie c’è tra battezzati e praticanti. Più o meno qui Italia il 10 % dei battezzati va a messa (anche se il concetto di praticanti è un po’ più complesso), il 90 % non ci va.
Quest’uno su dieci assume nell’ottica del brano evangelico paragonato alla vita della comunità cristiana una serie di significati che mi sembrano molto interessanti.
Per prima cosa potremmo chiederci: i praticanti sono migliori degli altri? La tentazione di considerarsi tali da parte nostra indubbiamente c’è. Ma nell’episodio quello che torna non è il migliore. È l’estraneo, il disprezzato. Noi praticanti non andiamo a messa perché siamo migliori degli altri. Ci andiamo perché riconosciamo il nostro bisogno dell’aiuto del Signore. E ci andiamo anche perché vogliamo ringraziarlo per ciò che ha fatto per noi (ecco perché la messa si chiama Eucaristia, che in greco, lingua dei vangeli, significa ringraziamento). 
E a noi, l’uno su dieci, lo stesso Signore cosa chiede? ‘E gli altri nove, dove sono?’. Non credo che possiamo chiuderci nel nostro gruppo ristretto, sia perché abbiamo scoperto che non è certo il gruppo dei migliori, sia perché il nostro Signore non ce lo permette. Ci stimola a interessarci degli altri, a prenderci a cuore la loro situazione e se necessario la loro lontananza. La domanda di Gesù al Samaritano e a noi ne richiama un’altra assai impegnativa:

Il Signore disse a Caino: "Dov'è Abele, tuo fratello?". Egli rispose: "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?". Gn 4, 9



giovedì 29 settembre 2016

la Ferrari non fa pubblicità



Lc 16, 19-31

Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.

Questa parabola ci fa notare alcuni comportamenti molto insidiosi per la nostra fede di cristiani. Gesù ne presenta tre negli atteggiamenti di questo uomo ricco.

Il primo: non accorgersi dell’altro. Quest’uomo ricco non è cattivo, non è malvagio. Semplicemente non sa più vedere intorno a sé. Si sta disconnettendo dalla realtà. E come capita spesso in questi casi, atteggiamenti e comportamenti diventano autoreferenziali e abnormi. Che si voglia stare bene e vivere in modo agiato e sereno è una cosa che desideriamo tutti e che cerchiamo di realizzare per quanto ci è possibile. Ma il continuo confronto con il mondo in cui viviamo ci aiuta (e a volte ci costringe) a non assolutizzare le nostre aspirazioni e a non pensare solo a noi stessi. Accorgersi degli altri è un grande aiuto per noi.


Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.

Il secondo: dimenticarsi dell’eternità. Ovviamente la parabola è indirizzata a ebrei, quindi credenti. Quindi questa prospettiva va data per scontata. Ma ahimè anche da noi credenti l’orizzonte eterno può essere dimenticato o almeno passare in secondo piano. Il ricco della parabola non si ricorda più che nella prospettiva della fede  la nostra vita supera la morte ed è chiamata all’eternità, e che tutto quello che facciamo ha delle conseguenze che vanno ben oltre la morte. In questo esempio la giustizia divina rimette a posto quello che era stato squilibrato. Ma l’accento non è posto tanto sulla punizione quanto sul fatto che quest’uomo avrebbe potuto lui stesso equilibrare le cose nella sua vita e non l’ha fatto. E avrebbe potuto equilibrarle proprio con l’aiuto della prospettiva eterna (oltre che con la sensibilità personale e l’attenzione all’altro che ormai ha perso, come notavamo prima).

Gesù disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio». Lc 12,16-21


E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Il terzo: non ascoltare la parola di Dio. L’importanza della rivelazione viene qui sottolineata dal desiderio stesso dell’uomo di salvare almeno in suoi fratelli. Venga mandato qualcuno ad avvisarli. Ma l’avviso è già stato dato. Anche il ricco aveva a disposizione questo avviso. Poteva leggere, meditare e ascoltare e mettere in pratica la Parola di Dio ma non l’ha fatto.
È interessante notare come quest’ultimo aspetto della parabola richiami qualcosa di molto attuale: un certo alone che a volte ci circonda, fatto di aver già visto e sentito tutto, che mi sembra somigli molto alla ricchezza dell’uomo della parabola. Un benessere annoiato che non sa più interessarsi a nulla e che per essere svegliato deve essere colpito da qualcosa di forte, di potente, di strabiliante: ‘se qualcuno dei morti andrà da loro si ravvederanno’. La risposta di Abramo è lapidaria: ‘Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti’. 
Se anche uno risorgesse dai morti, non direbbe nulla di diverso da quello che già hanno detto Mosè e i Profeti. Quello che conta è la rivelazione fatta da Dio, non il modo con cui questa rivelazione si presenta. Non è uno spot pubblicitario, che punta a stupire, colpire, abbagliare, e che deve colpire tanto più quanto meno importante è il prodotto. Un prodotto in sé eccezionale non ha bisogno di essere pubblicizzato. La Ferrari non fa pubblicità delle sue auto.

 


giovedì 15 settembre 2016

Tornato in vita



Lc 15, 1-32

Si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Come molte altre volte nei vangeli, due categorie di persone si incontrano, o si scontrano: peccatori e pubblicani da una parte, scribi e farisei dall’altra.

Ed egli disse loro questa parabola: “Un uomo aveva due figli.

Il parallelo tra i due gruppi di persone e due figli della parabola credo sia abbastanza evidente. Sarà interessante vedere come Gesù evidenzierà le caratteristiche di ciascuno e le metterà in relazione. Anticipo già che, oltre a riferire i comportamenti e le caratteristiche dei due figli di cui parla la parabola ai due gruppi citati prima, potremo anche mettere in gioco noi stessi e chiederci a quale di questi figli somigliamo di più, oppure siamo stati somiglianti in alcuni momenti della nostra vita.

Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto.

È molto interessante vedere quanti filoni di riflessione si sviluppano da questa breve descrizione del figlio più giovane:
È il più giovane. Generalmente è dei più giovani l’atteggiamento di ribellione alla famiglia o all’autorità sia sociale che religiosa. Allora ciascuno di noi può forse intravvedere nel comportamento di questo ragazzo degli atteggiamenti propri avuti in età giovanile. Anche se non tutti abbiamo preso decisioni così drastiche di allontanamento, dei sentimenti di insofferenza, di contrasto o di rifiuto possiamo forse riconoscerli. In particolare riguardo alla fede credo che il percorso di allontanamento di questo primo figlio lo si possa vedere in moltissimi giovani. E forse anche in qualcuno di noi.
L’evoluzione e lo sviluppo dei comportamenti di questo figlio, pur descritto in poche righe (e pur essendo questa una parabola, non un evento reale), deve aver richiesto tempi molto lunghi. Non è che se ne sia andato il lunedì e tornato tre o quattro giorni dopo. Lo sviluppo anche solo del rifiuto e della ribellione dura mesi, anche anni, nella nostra vita reale. Prima c’è insofferenza, accettata per un po’ e per un certo altro periodo sopportata e magari combattuta. Poi si forma la decisioni di andarsene. Ma magari passa ancora del tempo prima di decidersi. Poi c’è lo strappo. Poi l’allontanamento. E poi la fase di vita autonoma e indipendente che può certamente durare per un tempo lunghissimo. Anni o decenni. Almeno finchè non mancano le risorse. Tra parentesi, Gesù non parla mai di denaro. Usa i termini ‘patrimonio’, ‘sostanze’, ‘cose’. Anche questa scelta apre degli orizzonti interessanti. Questo ragazzo non ha solo denaro. Ha anche, come tutti noi, energie, capacità, talenti, forza, intelligenza, la vita stessa. Tutto questo e non solo il denaro è il suo patrimonio. Facendo subito un paragone spirituale con noi stessi, ciascuno di noi dal Padre, Dio, ha ricevuto tutto questo. E in genere, finchè questi beni sono operativi e funzionano (salute, forza, intelligenza…), ce li gestiamo in autonomia e magari anche in totale indipendenza da Dio. Quando va tutto bene è più facile fare gli indipendenti, anche nella fede. Ma quando cominciano a mancare…


Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Anche la fase del ripensamento e del ritorno richiede tempi lunghi, a volte lunghissimi. È molto interessante questo sviluppo temporale, se riferito non solo noi stessi ma anche in particolare alla comunità cristiana, alla chiesa. Non dimentichiamo il punto di partenza della parabola: i farisei che brontolano perché Gesù sta con i peccatori. Come vedremo nel figlio più grande, i giudizi e i pregiudizi a volte sono forti. E anche motivati. Ma spesso ci dimentichiamo che il cammino delle persone richiede tempo. Non possiamo, neanche nel percorso di fede (soprattutto in quello, direi), pretendere che gli altri siano come li vorremmo e neppure che capiscano tutto subito e migliorino di colpo. Allora nell’immagine di questo figlio più giovane e nella sua lunga evoluzione possiamo vedere sia nelle nostre famiglie sia nelle nostre comunità innumerevoli situazioni: C’è chi, come il fratello maggiore, è o sembra più rassicurante, fedele, obbediente al Padre. C’è chi, specialmente dei più giovani, sta scalpitando, è in fase di insofferenza, di rifiuto, di ribellione, anche se continua a farsi vedere, magari sempre più di rado. C’è chi (sono tanti!) si è già ribellato, se n’è già andato. C’è chi è lontanissimo e sta benissimo così, c’è magari chi sta ripensando dentro di sé, ma intanto continua a essere lontano, sia nei comportamenti che nella fede. C’è chi sta tornando piano piano…

Ebbene, la cosa interessantissima di questa parabola è l’atteggiamento del padre:

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.

L’atteggiamento del padre è bellissimo, e ricorda nei termini utilizzati il buon samaritano. Ma ha dovuto aspettare che il figlio tornasse.

Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

È il padre che sa dare un significato di unità alla situazione del figlio, che da solo è riuscito solo a fare un gran casino. Notare tra le altre cose che è tornato non perché la consapevolezza delle sue scelte sbagliate si è evoluta e lo ha portato a una decisione profonda e pensata. No, torna perché ha fame e a casa sua si mangia.

Ebbene, in tutto questo il Padre non ha mai smesso di aspettarlo. Non ha mai smesso di considerarlo suo figlio. Mentre l’altro, il maggiore, come vedremo, è molto critico e risentito, il Padre  lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò’. Sempre più paradossalmente, il Padre ‘ama di più’ il figlio peggiore che non l’altro. Non è vero, ma certo sentimenti, comportamenti e atteggiamenti del padre verso questo figlio sono molto espressivi. È il continuo amore del Padre che ha permesso al figlio giovane di tornare. Se avesse percepito un rifiuto, se il Padre gli avesse detto ‘se esci da qui non tornare più perché non sei più mio figlio’, il figlio non sarebbe tornato. Il ragazzo è tornato perché il padre non ha mai smesso di essere il Padre.

Ecco, questa è la misericordia di Dio.

Questa dovrebbe essere anche la nostra misericordia, specialmente verso chi se n’è andato. E magari sta benissimo dov’è. E magari fa delle cose bruttissime e cattivissime.

Ed ecco che ora arriva il figlio maggiore:


Il figlio maggiore … si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. ora che è tornato questo tuo figlio, che ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso.

Ovviamente si indigna. L’avremmo fatto anche noi. Però, però, però…nel figlio maggiore si intravede la figura dei farisei e degli scribi a cui Gesù sta parlando. E questo dovrebbe darci molto da pensare. E la nostra immagine rischia di somigliare tanto alla loro. Di noi che siamo quelli bravi, quelli che fanno le cose per bene e che non disobbediscono mai (beh, quasi mai). Noi che così facilmente giudichiamo quelli lontani, quelli che ‘divorano le proprie sostanze con le prostitute’, dovremmo fermarci molto a riflettere su questa parabola.
Perché se il padre è Dio, allora dovremmo anche notare che il nostro atteggiamento, i nostri giudizi, le nostre impazienze verso i ‘lontani’ …rendono lontani da Dio anche noi. E ben poco somiglianti a lui. E come nella parabola finisce per succedere che mentre gli altri, i ‘peggiori’ tornano nella casa del Padre, noi che nella casa ci illudevamo di esserci sempre stati …ci rifiutiamo di entrare.
Non dimentichiamo che la festa, il banchetto nella cultura biblica e evangelica è l’immagine del banchetto eterno, del paradiso stesso. E nella parabola il figlio ‘peggiore’ entra nella festa, in paradiso, mentre l’altro, il ‘migliore’ resta fuori. Ma l’estremo del paradosso è che resta fuori dal paradiso non perché è stato cacciato, ma perché non vuole entrare lui! Come era già uscito ad accogliere il primo, il padre deve uscire anche per il secondo, addirittura a supplicarlo: per favore vieni in paradiso.

Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

La chiave che permette di vedere le cose come le vede Dio non è la valutazione dei comportamenti delle persone (siamo noi che vediamo solitamente così le cose), ma la continua affermazione da parte del Padre che entrambi i protagonisti della parabola sono suoi figli. Qualunque cosa facciano, qualunque disastro combinino, a qualunque distanza siano da lui. Questo non significa che per Dio va bene tutto e che tutti i comportamenti siano uguali, ma che oltre il giudizio sui comportamenti c’è un orizzonte più vasto, più alto e più completo. Orizzonte in cui vive Dio e che non frequentiamo troppo poco, pur potendo conoscerlo dopo la rivelazione portata da Cristo.

Ed eccoci all’ultima osservazione. Quella che permette a noi, se lo vogliamo, di entrare nella testa e nel cuore del Padre e tirarne le conseguenze. Il figlio maggiore,  pur nella correttezza formale dei suoi comportamenti (‘io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando’) si è dimenticato della realtà che per il Padre è invece fondamentale: lui è figlio, così come l’altro.
È interessante notare come il maggiore non si rivolga mai al genitore chiamandolo ‘padre’, e al minore chiamandolo ‘mio fratello’. Il minore, anche nei momenti peggiori (quando comunica la sua volontà di andarsene, quando sta a pascolare i porci…) non dimentica mai il suo essere figlio. Si rivolge sempre al genitore chiamandolo ‘padre’. Il maggiore no. Questa parola non la pronuncia mai. Allora tocca al padre, come già aveva fatto con l’altro, uscire e andare verso di lui a cercarlo. E alla protesta del maggiore, il Padre risponde mettendo subito in chiaro come vede lui le cose: ‘Figlio, tu sei sempre con me…’. Il maggiore non lo chiama ‘padre’, ma il padre lo chiama ‘figlio’. Come per dire ‘ricordati che tu non sei mio servo,sei mio figlio, e anche lui lo è’. Ma non finisce qui. Mentre protesta, il maggiore, parlando del minore non lo chiama ‘mio fratello’, ma ‘questo tuo figlio’. Dimenticandosi della sua identità verso il Padre, il maggiore si è perso anche il suo vero rapporto con il minore. Allora ci pensa il Padre a fare anche questo:

bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita

L’ordine delle cose ristabilito dal Padre è: il più giovane è mio figlio, tu che sei il maggiore sei mio figlio. Quindi voi due siete fratelli.

Due piccole appendici ancora:

La parabola non dice se il fratello maggiore è poi entrato.
Se il figlio giovane tornando avesse trovato il fratello più grande invece del padre, che sarebbe successo?