martedì 20 gennaio 2015

dove abiti?



I Sam 3, 3-10.19 
Gv 1, 35-42

La prima lettura e il vangelo di questa domenica (queste due letture sono in genere strettamente collegate, mentre la seconda lettura va di solito per conto suo) ci indicano due aspetti interessanti della spiritualità cristiana: l’importanza di qualcuno che ci indichi dove guardare (Eli e Giovanni Battista), e la necessità di stare con colui che è venuto ‘ad abitare in mezzo a noi’ (Gv 1).

Il giovane Samuele ha come maestro il vecchio Eli. Ne ha bisogno, perché non sa ancora come riconoscere la voce del Signore.

Il Signore chiamò: «Samuèle!» ed egli rispose: «Eccomi», poi corse da Eli e gli disse: «Mi hai chiamato, eccomi!». Eli rispose: «Non ti ho chiamato, torna a dormire!».

Samuele non capisce, e quando di nuovo il Signore lo chiama torna da Eli. Non ha nessun altro da cui andare. Eli capisce che Samuele sta ricevendo una chiamata, e gli dà le giuste indicazioni:

Eli comprese che il Signore chiamava il giovane. Eli disse a Samuèle: «Vai a dormire e, se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”».

Painting of Samuel learning from Eli - John Singleton Copley, 1780

I due discepoli del Battista, Andrea e un altro che non conosciamo, non sanno ancora individuare la presenza del Cristo, che pure è lì vicino. Non lo conoscono ancora. Hanno bisogno di Giovanni, che invece lo conosce, per ricevere l’indicazione giusta:

Giovanni Battista stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!».

Samuele, seguendo le indicazioni di Eli, ora sa cosa fare:

Samuèle andò a dormire al suo posto. Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: «Samuéle, Samuéle!». Samuèle rispose subito: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta».

I due discepoli del Battista, ora che hanno individuato Gesù, ora sanno chi seguire:

E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.

Samuele, ora che sa come individuare il Signore, può iniziare il suo cammino di profeta:

Samuèle crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole.

Anche Andrea e il suo compagno, ora possono iniziare la loro avventura di discepoli:

Gesù si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Maestro, dove abiti?». Disse loro: «Venite e vedrete».


Questi incontri possono avvenire perché i due discepoli e Samuele incontrano le persone giuste, ma anche perché da parte sua il Signore stesso si è mosso, li ha avvicinati.
I nostri sforzi per raggiungere Dio sono sterili e inutili, se contiamo solo sulle nostre forze e capacità. Non ci riusciremo mai. Al massimo ci permettono di diventare genericamente credenti. Ma credere in Dio e incontrare Dio sono due cose molto, molto diverse.
Perché lo possiamo incontrare occorre che lui si muova, si faccia sentire, ci chiami.

Il Signore chiamò: «Samuèle!»
Il Signore chiamò di nuovo: «Samuèle!»;
Il Signore tornò a chiamare: «Samuèle!»
Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: «Samuéle, Samuéle!».

Il vangelo del giorno di Natale affermava:

Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1, 14)

E’ solo grazie a questo che i due discepoli di Giovanni possono individuarlo e andare a vedere dove abita.

Questo ‘abitare in mezzo a noi’, questo ‘starci accanto’, sono un evento fondamentale, senza il quale nessun incontro con Dio può avvenire.
Ma non è sufficiente.
Come sempre il Signore, che pure fa la sua parte, lascia una parte del lavoro a noi. Se Samuele avesse ignorato la chiamata, se i due avessero lasciato passare e andare via Gesù, l’incontro non sarebbe avvenuto. Perché invece si sono messi in ascolto (Samuele) e si sono mossi (i due discepoli)? Perché a loro interessava questo incontro. Perché l’uno stava con Eli e gli altri con il Battista proprio in vista di un possibile e desiderato loro incontro con Dio. Non sapevano come fare e si sono fatti aiutare. Il ruolo di Eli e del Battista sono stati fondamentali, ma altrettanto è stato il loro interesse. Questo interesse ha fatto fare loro una scelta di dedicare del tempo alla ricerca. Non se ne sono stati a casa loro ad aspettare che il Signore arrivasse.
Il concetto di ‘stare’, ‘abitare’, ritorna molte volte in questi testi: Samuele abita nel tempio con Eli. Ci dorme pure. I due discepoli stanno con il Battista, e dopo che hanno conosciuto Gesù si fermano con lui per un po’.
Il muoversi di Dio verso l’uomo e dell’uomo verso Dio generano l’incontro personale. Nessuna di queste due iniziative, da sola, poteva assicurare l’incontro. Gesù era vicino ai due anche prima dell’indicazione del Battista, ma loro, pur cercandolo, non lo sapevano vedere. Dio era vicino a Samuele, lo stava già chiamando, ma senza l’aiuto di Eli, lui non sapeva riconoscere la sua voce.
Non è ancora sufficiente solo l’interesse, la curiosità, il desiderio, occorre che ci sia anche un impegno ad andare a cercalo e poi anche impiegare del tempo nello stare con lui, nel frequentarlo. Solo così è possibile conoscerlo profondamente. Molti hanno incontrato Gesù, gli hanno parlato, lo hanno sfiorato nei suoi viaggi, ma questo contatto non li ha portati a seguirlo. Non sono andati a casa sua, se ne sono tornati a casa loro.
Il Verbo è venuto ad abitare in mezzo a noi perché noi potessimo andare ad abitare insieme con lui. E’ quel che fanno Andrea e l’altro discepolo: ‘Si fermarono con lui’.
E’ il fermarsi a cui Gesù inviterà Marta:

Maria, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: “Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta”. Lc 10, 39-42

E’ lo stare insieme che permetterà ai discepoli di Emmaus di riconoscere il risorto:

Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno gia volge al declino”. Egli entrò per rimanere con loro. Lc 24, 28-29

E’ il rimanere con Cristo a cui lui stesso ci invita per poi fare frutto:

Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Gv 15, 4

E i frutti cominciano già a intravedersi in Samuele e nei due discepoli:

Samuèle crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole.

Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simone. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa», che significa Pietro.


domenica 18 gennaio 2015

ComePapaCamillo


Ma si può sempre fare un’altra battuta

Il padre costituente della comicità italiana, nonché padre di Peppone e don Camillo, Giovannino Guareschi, trascorse in prigione 405 giorni della sua vita perché – oltre a prendere per vere alcune lettere (false) in cui De Gasperi avrebbe invitato gli anglo-americani a bombardare Roma – fece pubblicare sulla rivista Il Candido una vignetta in cui raffigurava l’allora presidente della Repubblica Luigi Einaudi, tra due file di bottiglie di Nebbiolo, il Nebbiolo del Senatore Einaudi, e la intitolò "Corazzieri".

Nel lontano 1993, come trio "Aldo, Giovanni e Giacomo", subimmo l’unica censura della nostra carriera di comici: partecipavamo alla trasmissione Celito Lindo di Rai3 e nel ruolo dei vecchietti avremmo voluto commentare l’indiscrezione che Sandra Milo avrebbe concepito, come ci si esprimeva allora, un bimbo in provetta all’età di 60 anni; la battuta era questa: «Sai cosa ha detto il bambino quando ha visto per la prima volta Sandra Milo?». «No». «Ciao nonna!». Il responsabile degli autori, Sergio Staino (ovvero Bobo), disse che dovevamo togliere la battuta, altrimenti non saremmo andati in onda. Potevamo forse mettere a repentaglio la nostra carriera perché ad un rigido burocrate della comicità si era ristretto il concetto di ironia?

Quattro anni fa, per il nostro film La banda dei Babbi Natale un’organizzazione di animalisti organizzò una vibrata protesta perché in una scena Giovanni (sempre lui !) prendeva a calci un gatto di peluche. La stessa organizzazione non vide , o non volle vedere, che qualche scena dopo l’attrice Mara Maionchi, nel ruolo di una odiosa suocera, veniva sedata a forza e buttata in un cassonetto. Nessuna organizzazione a difesa delle suocere si è fatta viva. Perché? Conta più un peluche di una suocera? La conosco la risposta dei più, ma è irriferibile, e soprattutto la mia era una domanda retorica rivolta a quelli che hanno il cervello più ottuso di un gatto di peluche. 



Qualche anno fa, un organismo deputato alla sorveglianza dei contenuti pubblicitari, dopo aver visionato un nostro spot, decise di impedire la messa in onda dello stesso perché nel finale un cagnolino finiva in lavatrice; lo abbiamo modificato e Giovanni (ancora lui!) si limitava ad accennare il gesto, ma il cane era salvo dalla centrifuga. È curioso sapere che due settimane più tardi, in un altro spot, un attore, uomo, anzi un omino, di nome Il Sottoscritto finiva nella stessa lavatrice, e questo con il nulla osta degli organi competenti.

Aiutatemi a risolvere questo dilemma: vale più un cane di un attore? O forse l’attore è più cane del cane attore? Si offende di più il cane o l’uomo? È più importante salvaguardare dal ridicolo il cane o l’uomo? E, ancora, chi possiede di più ironia, il cane o il funzionario dell’organismo di controllo? Chi è più ipocrita: l’uomo o il miglior amico dell’uomo? Insomma, ve ne sarete accorti: a chi si occupa di comicità prima o poi capitano dei guai.

Perché quando fai questo mestiere c’è il rischio molto alto che qualcuno si arrabbi e si offenda. Noi tre, nella nostra carriera quasi venticinquennale, siamo riusciti a fare arrabbiare diverse categorie nosografiche: da quelli con i disturbi dell’apprendimento e del linguaggio, i dislessici, a quelli con disturbi comportamentali quali l’isteria e l’oligofrenia, fino a quelli con disturbi degenerativi quali l’Alzheimer; siamo riusciti a fare insorgere i meridionali, i grassi, i piccoli, quelli che si curano con l’Ayurveda, quelli che se hanno la bronchite prendono i fiori di Bach, quei ladri degli juventini, e le signore che a 60 anni vogliono fare un figlio.

In genere, sono i parenti, i segretari o gli avvocati delle associazioni dei disturbi di cui sopra che si arrabbiano di più. Fare il comico è molto divertente ma anche molto complicato.

La libertà di satira, la libertà di comicità, la libertà di espressione non è mai gratis e non è mai libera totalmente, semplicemente perché non esiste un solo pronome, ma ne esistono almeno due: io e tu. Ma non basterebbe applicare quella definizione di M.L. King – «la mia libertà finisce dove comincia la vostra» – traslandola in questo modo: «La mia comicità finisce sulla soglia delle vostre cose più care»? Non è sempre facile capire quali sono le cose più care per un dislessico, per un malato di Alzheimer, per un cane, per un meridionale, per un omosessuale, per un nero, per uno che adora la Madonna o Maometto.

Lo sa perfino Papa Camillo, pardon Francesco, che giovedì ha fatto "outing" a nome di tutte le persone di buon senso, che se tocchi la mamma, la Madonna e la tua squadra di calcio ti monta talmente la rabbia che ti arrotoli le maniche della tonaca e cominci a menare cazzotti come don Camillo con Peppone.

Lo sanno persino i benpensanti e i tifosi del politicamente corretto che dove ci son le scarpe grosse spesso il cervello è fino e che farsi prendere per i fondelli non piace proprio a nessuno, nemmeno a loro.

A proposito della battuta censurata su Sandra Milo, non è morto nessuno, anche perché di comicità non dove morire nessuno, se non dal gran ridere; dicevo di quella battuta: ci siamo offesi a morte e abbiamo giurato sulla barba di Staino che saremmo diventati famosi alla faccia sua, poi abbiamo cambiato soggetto e battuta. Perché c’è sempre la possibilità di fare un’altra battuta.

domenica 11 gennaio 2015

Squarci



Mc 1, 7-11

Preparando la meditazione sulla festa di oggi del battesimo di Gesù mi sono posto questa domanda:

a che serve il battesimo?

Il vangelo del giorno di Natale tra le altre cose diceva:

Tutto è stato fatto per mezzo di lui (Cristo) e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. Gv 1, 3

E questa affermazione me ne ha richiamate alcune altre:

Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Col 1, 16
Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti. Ef 4, 6
Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Gen 1, 27

Se tutti sono già immagine di Dio, se sono creati per mezzo di Cristo e se Dio è già presente in tutti, a che serve essere battezzati, ricevere i sacramenti, far parte di una chiesa e scegliere una fede?
Spesso, in questa occasione del battesimo di Gesù chiedo alla mia gente durante l’omelia a che serve il battesimo. E invariabilmente la risposta era ‘ci fa diventare figli di Dio’. Al che ribatto: Allora chi non è battezzato non è figlio di Dio? Silenzio.
Bisogna sempre fare attenzione alle semplificazioni eccessive e alle risposte preconfezionate (quando non preconcette). Tornando alla domanda, la ritengo fondamentale in questi tempi in cui si moltiplicano le distinzioni, le differenziazioni e le contrapposizioni. La scelta di schierarsi da qualche parte porta sempre in sé il rischio di contrapporsi ad una parte diversa, che poi diventa avversa e finisce per diventare nemica. Il capire il significato delle proprie scelte e il motivarle dovrebbe (non sempre è così, ahimè) portare anche a comprendere, anche non condividendole, le scelte e le motivazioni degli altri.
Dunque, perché essere battezzati se già tutta la nostra essenza originale ci è stata già data?
Per rispondere, stamattina durante la messa ho fatto vedere ai bambini una ghianda, ho chiesto loro cosa fosse e non hanno saputo rispondere. Idem quando ho chiesto da una ghianda quale albero sarebbe germogliato. Vabbè, non era questo lo scopo della dimostrazione. Ho detto loro ancora: questa ghianda ha già in sé tutte le informazioni che le servono per diventare una quercia, quindi basta che io la appoggi da qualche parte e crescerà. Daniele mi ha subito risposto di no. Perché no? Perché manca l’acqua. E Marianna ha aggiunto: manca la terra. Altri poi a cascata gli altri hanno aggiunto la luce, e poi il caldo, il sole…


Ecco a cosa serve il battesimo: a diventare pienamente ciò che potremmo essere e che siamo già per la nostra origine: parte di Dio. E’ l’acqua con cui veniamo irrigati. E gli altri sacramenti, la preghiera, la Parola di Dio, la comunità cristiana e la Chiesa sono gli elementi per mezzo dei quali ciò che siamo già può svilupparsi.
Poi la quercia diventerà automaticamente bella, dritta e svettante? Non è detto, magari crescerà storta e malaticcia. Il battesimo, come gli altri sacramenti, non ha lo scopo di formarci alla perfezione, ma di darcene la possibilità. Il resto dipende da noi e qualche volta da altri. Se il seme originario, pur bagnato, viene immerso in un terreno povero e con poca luce, crescerà male. Se verrà soffocato da altre piante non potrà crescere come si deve. Ma questa è un'altra storia.

Inevitabilmente i fatti di questi giorni hanno riacceso le discussioni riguardo alla religione. A me personalmente delle dimostrazioni dell’esistenza di Dio non è che importi molto. Sono certamente importanti e interessanti, per carità, ma accettando (fidandomi di) Cristo come Dio che le ha bypassate presentandosi in carne ed ossa, diventano assai meno rilevanti. Mi si obietterà che ciò che Cristo avrebbe rivelato di Dio è contraddittorio o insufficiente. E’ possibile, certo. A mio avviso, in base alla mia scarsissima esperienza personale e alla mia limitatissima riflessione, queste testimonianze sono sufficientemente credibili e affidabili e ho deciso di fidarmi di esse. Ecco la mia fede. Non mi interessa tanto l’esistenza di un Dio. Anche perché di per sé non porta assolutamente nulla alla mia vita. Mi interessa la possibilità che Dio si sia fatto vedere e sentire. Allora sì che diventa interessante. In Cristo vedo questa possibilità.  
Nel vangelo di oggi, ultima lettura dell’ultimo giorno del tempo di Natale, ritorna una parola che era già stata presentata nella prima lettura della prima domenica di Avvento. L’ho letta come risposta a quella invocazione:

Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Is 63, 18
Uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli. Mc 1, 10

In Cristo vedo questo squarcio che mi aiuta a intravvedere qualcosa, anzi molto, di Dio. Questa è la mia fede di cristiano e anche di prete. Non pretendo che altri trovino altrettanto solide le testimonianze su Cristo. Ma queste ci sono. Accetto che qualcuno, anche molti, le trovino insoddisfacenti e insignificanti. Continuerò ad approfondirle, per quel che riuscirò, e continuerò ad ascoltare con chi non la pensa come me, perché questo mi aiuta a pensare meglio. Ma mi rendo anche conto che raramente sarò in grado di confrontarmi con queste persone. Perché non ne sono capace, e la mia gente spesso ne è ancora meno capace di me.
Tutte le argomentazioni logiche e scientifiche, pur, ripeto, molto interessanti e illuminanti, sono al di fuori della portata della maggior parte delle persone ‘normali’. Parlare di logica, di metodo scientifico, di verificabilità delle fonti e delle testimonianze è certamente auspicabile, ma quanti sono in grado di farlo? E non è solo una questione di studi scolastici. Continuamente ho a che fare con persone che vivono una normalissima vita quotidiana, che hanno famiglia e che conducono aziende, che quindi non sono né ignoranti né culturalmente limitati, e che pure almeno un po’ hanno studiato, ma che non sono in grado di seguire una discussione un po’ approfondita sulla religione, o sulla politica, o sull’etica, o sulla vita in generale senza tirare in ballo pregiudizi, banalizzazioni o chiusure mentali. Che ne facciamo di queste persone? Le ignoriamo? Le escludiamo come incompatibili con il genere umano? Sono la stragrande maggioranza di questo genere umano. Personalmente, se dovessi scegliere tra i sapienti e gli ignoranti, scelgo questi ultimi. Di cui peraltro faccio parte.

Ogni volta che mi trovo in questo dilemma mi viene in mente questo testo di Paolo di Tarso:

Non tutti hanno questa scienza; alcuni, per la consuetudine avuta fino al presente con gli idoli, mangiano le carni come se fossero davvero immolate agli idoli, e così la loro coscienza, debole com'è, resta contaminata. Non sarà certo un alimento ad avvicinarci a Dio; né, se non ne mangiamo, veniamo a mancare di qualche cosa, né mangiandone ne abbiamo un vantaggio. Badate però che questa vostra libertà non divenga occasione di caduta per i deboli. Se uno infatti vede te, che hai la scienza, stare a convito in un tempio di idoli, la coscienza di quest'uomo debole non sarà forse spinta a mangiare le carni immolate agli idoli? Ed ecco, per la tua scienza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto!
I Cor 8, 7-11



mercoledì 7 gennaio 2015

Regali

Mt 2, 1-12


Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.

Ci sono tre modi di fare regali.

Un primo, molto superficiale, è quello di regalare agli altri cose che piacciono o servono a noi. E’ il modo più sicuro per mettere in circolazione oggetti che verranno abbandonati su qualche mensola o in qualche soffitta, oppure saranno riciclati appena se ne avrà l’occasione.



Un secondo criterio richiede già una certa capacità di uscire da se stessi e considerare la persona che si ha di fronte, nel porsi la domanda: cosa gli piace? Cosa desidera? Cosa gli serve? Probabilmente questa riflessione porterà alla scelta di un regalo che verrà apprezzato o sarà utile a chi lo riceve.

Ma c’è un terzo modo, molto più profondo, in cui il regalo è un segno di ciò che si vuole dire e comunicare. L’innamorato che regala un fiore di prato alla sua bella dicendole ‘ti amo’, dona qualcosa di scarsissimo valore materiale, ma con un significato affettivo e relazionale enorme. E la ragazza conserverà tra le pagine del proprio diario quel fiorellino insignificante e preziosissimo per tutto il resto della sua vita.



Con i loro doni simbolici, i magi proclamano Gesù per quello che è. Con l'incenso lo riconoscono Dio, con l'oro lo accettano quale re, con la mirra esprimono la fede in colui che sarebbe dovuto morire.

san Pietro Crisologo, discorso 160



Oro e incenso proclamano
il Re e Dio immortale,
la mirra annuncia l’uomo
deposto dalla croce.

Dall’inno della liturgia delle Ore dell’Epifania