venerdì 28 settembre 2012

Orione e Giove


fotografati stamattina con la mia baracchetta, quindi la qualità è quella che è :-)

lunedì 24 settembre 2012

non dirlo a nessuno




Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse.

Il vangelo di ieri è strettamente legato al testo della domenica precedente. Al centro di entrambi c’è Gesù che rivela il suo ‘programma’.

Insegnava ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». 

Nel brano della domenica precedente la reazione dei discepoli, e in particolare di Pietro, era stata assai decisa:

Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Mc 8, 32

Ma non meno decisa è stata la risposta di Gesù:

rimproverò Pietro e disse: Va’ dietro a me, Satana! Mc 8, 33

Questo appellativo, già di per sé pesantissimo, in bocca a Gesù, assume un peso ancora maggiore. Pietro, pur con tutte le sue buone intenzioni, si mette davanti a Gesù e vuole dargli indicazioni. Questo Gesù non lo accetta, e invita decisamente Pietro a tornare al suo posto, dietro al Maestro, non davanti.
Mi fermo un attimo su questo dialogo perché rivela particolari interessanti.
Innanzitutto non sappiamo i motivi addotti da Pietro per rimproverare Gesù. Non gradisce le cose che Gesù ha detto perché vuole bene a Gesù e non accetta che possa andare a soffrire, oppure non le gradisce perché non gli piacciono, non corrispondono al proprio programma? Non dimentichiamo che le persone che stanno discutendo sono ebrei, e hanno in mente un’idea ben chiara di Messia. Poco prima Pietro aveva appena dichiarato di Gesù:

«Tu sei il Cristo». Mc 8, 29


Cristo è la traduzione in greco di mashiah, messia. Quindi Pietro stava comportandosi nei confronti di Gesù come di fronte al Messia atteso dal popolo di Israele. Ma appunto il Messia atteso da Israele è un Messia trionfante, potente, glorioso. E Pietro non capisce come Gesù possa dire:

…il Figlio dell’uomo dovrà soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi e venire ucciso. Mc 8, 31

Ma pure nella sua buona fede Pietro diventa tentatore, come satana, che aveva chiesto a Gesù di dimostrare il proprio essere Figlio di Dio facendo quello che lui gli chiedeva.

Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane … Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù».Mt 4, 3-7

Pietro vuole dire al Signore cosa deve fare. Il Signore rimette subito Pietro al suo posto, dietro e non davanti. Il discepolo deve seguire il Maestro, non indicargli la strada.
C’è ancora un aspetto che mi sembra rilevante: Gesù sa cosa vuole fare e non si lascia dirigere da Pietro, ma credo che la sua volontà si scontrasse ogni giorno con la debolezza umana che aveva assunto, e dubito che andasse verso la propria morte con allegria e noncuranza. La notte al Getsemani rivelerà quanto grande sia la sua fatica nell’accettare di dare la vita per l’umanità. Ma credo che anche in questa discussione con Pietro Gesù sia lui stesso tentato di fermarsi, di tornare indietro, di percorrere un’altra strada, che peraltro gli veniva richiesta dai discepoli stessi, quella del trionfo e della gloria. Pietro allora diventa davvero il tentatore, perché gli è d’ostacolo, gli impedisce di realizzare la propria decisione, e lo fa in modo subdolo, solleticando il desiderio di vivere, e di essere glorioso e vincitore in modo umano, che certo Gesù aveva. Pietro è scandalo per Gesù, nel significato proprio di questa parola di origine greca: scàndalon, pietra che affiora dal terreno e che fa inciampare. Interessante tra l’altro l’accostamento pietro-pietra.

Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.

Torniamo al nostro testo. Alla seconda predizione di Gesù riguardo alla propria sorte che lo attende, i discepoli, non pretendono più, dopo la ramanzina a Pietro, di ostacolare la decisione di Gesù, ma non capiscono. E non osano chiedere. Allora che fanno?

Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande.

Davanti alla durezza del programma di Gesù, se la reazione di Pietro era stata quella di costringere Gesù a fare qualcosa di diverso e più adeguato ai desideri umani, la reazione dei discepoli è quella di disinteressarsi del programma di Gesù e di pensare al proprio, ovviamente realizzato secondo criteri umani, dove vale chi è più grande.
Ecco allora che forse riusciamo a capire perché Gesù continua a proibire ai discepoli di fargli pubblicità. Come impediva agli spiriti impuri di rivelare la sua identità

«Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». Mc 1, 23-25
non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Mc 2, 34
Gli spiriti impuri, quando lo vedevano, cadevano ai suoi piedi e gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse. Mc 3, 11-12

così chiede e anche ordina sia ai discepoli che alle persone che ha intorno di non parlare di lui

disse al lebbroso: «Guarda di non dire niente a nessuno. Mc 1, 44
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Mc 7, 36
E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. Mc 8, 30

Gesù non cerca agenti pubblicitari che gli facciano una campagna di propaganda. Non vuole che si parli di lui perché, come Marco dice dei discepoli, ‘non capivano’, e se non capiscono come fanno a parlare di lui nel modo giusto? Possiamo fargli pubblicità, ma si tratterebbe di pubblicità ingannevole, vuota, come è spesso la pubblicità televisiva, che fa credere ciò che non è. 

Chi non ha capito Gesù finisce per dire a nome suo le proprie idee, finisce per proporre come suo il proprio programma, finisce per mettere in bocca a Dio delle proposte solo umane.
Ecco perché è così grave quando noi cristiani ci permettiamo di dichiararci tali, quindi di parlare a nome di Cristo, e poi proponiamo, decidiamo, chiediamo delle cose che sono nostre, non sue.
Come Pietro diventiamo degli scandali, delle pietre che fanno inciampare gli altri.
Ecco perché Gesù non cerca agenti pubblicitari,  ma umili discepoli che siano disposti a stare dietro di lui e non davanti.
Solo quando il discepolo ha capito può comunicare. Solo dopo la resurrezione, quando avranno fatto esperienza di tutta la vita di Gesù, compreso il fallimento e la croce, e ne avranno capito il senso, i discepoli di Gesù potranno cominciare a parlare di lui nel modo giusto. Ma anche allora dovranno fare ben attenzione ad annunciare lui, non se stessi.

Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».

Questa dichiarazione finale è talmente chiara e lapidaria che non richiede commenti. Ma certo non corrisponde ai nostri desideri.

E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

L’immagine dei piccoli tornerà domenica prossima, legata ancora allo scandalo, e avremo modo di approfondirla meglio.


lunedì 10 settembre 2012

sordomuto




Gli portarono un sordomuto

Episodio molto interessante per i significati che contiene e per le riflessioni che suscita. Per coglierne alcune credo sia opportuno partire da una constatazione di carattere non spirituale ma fisiologico:

La maggior parte delle persone a cui ci si riferisce come "sordomute" sono in realtà solamente sorde dalla nascita o dai primi anni di vita e non hanno potuto acquisire in maniera naturale la lingua parlata. Queste persone non sono però muti, in quanto possono, attraverso un percorso riabilitativo adeguato, imparare a parlare e a udire, attraverso la logopedia. wikipedia 

Credo che questa piccola sintesi di Wiki ci permetta di notare alcune cose interessanti. Partendo dal presupposto cristiano che le parole di Gesù e le sue azioni rivelino degli aspetti anche profondi della nostra identità, provo a vedere cosa ci dice questa figura del sordomuto dal punto di vista della nostra vita interiore.
Come i sordomuti in realtà spesso non sono muti, ma solo sordi, così anche noi nel nostro esprimere la nostra fede siamo spesso per così dire muti, facciamo fatica a parlarne, a esprimerla, a comunicarla, e questo perché in realtà siamo sordi: non siamo capaci di ascoltare davvero le cose di Dio e quindi non siamo capaci di parlarne, perché non sappiamo cosa dire.


E' ben vero che non dobbiamo essere solo dei ripetitori a pappagallo, e che dobbiamo, per essere credibili, aver fatte nostre le cose imparate dal vangelo. Ma è anche vero che se neppure le abbiamo ascoltate, ricevute, fatte entrare nella nostra testa e nel nostro cuore, sarà impossibile per noi comunicarle.
Non possiamo comunicare qualcosa che non abbiamo mai ricevuto.
Ecco perché la figura del sordomuto ci somiglia così tanto, rapportandola al nostro essere cristiani.
Abbiamo bisogno di essere ‘guariti’ anche noi, ma questa guarigione richiede alcuni passaggi. Come Gesù non risolve immediatamente il problema, ma fa delle cose ben precise nel realizzare la guarigione, così anche noi non possiamo aspettarci che Gesù realizzi una magia e ci rimetta in testa quelle cose che avremmo potuto benissimo ricevere da soli, se solo avessimo fatto attenzione.
Dio, mi pare, non fa mai le cose che siamo in grado di fare noi. Interviene magari dove noi non possiamo arrivare, ma quello che è alla nostra portata tocca a noi farlo.
Allora credo si possa intravedere nei gesti di Gesù un suggerimento dei passaggi che dobbiamo fare anche noi per metterci nella condizione di guarire dalla nostra sordità spirituale.

e lo pregarono di imporgli la mano.

La prima cosa che Gesù lascia fare, come capita spesso negli episodi del vangelo, è che qualcuno si prenda a cuore il problema, in questo caso del sordomuto.

…gli portarono tutti i malati, e lo pregavano di poter toccare almeno l'orlo del suo mantello. Mt 14, 35-36
Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone … Gesù, vista la loro fede... Mc 2, 3-5

A volte non ce la facciamo da soli, abbiamo bisogno che qualcuno si occupi di noi, che si prenda a cuore la nostra situazione. Spesso se dipendesse da noi rimarremmo nella nostra situazione, e forse non saremmo neppure capaci di renderci conto che ci manca qualcosa. Ci vuole qualcuno che se ne accorga e che ci porti da Gesù. E che magari lo preghi per noi.

Lo prese in disparte, lontano dalla folla,

La prima cosa che fa Gesù è prendere in disparte il sordomuto. Avrebbe potuto certamente fare il miracolo lì sul posto. Perché lo porta lontano dalla folla? Non ci viene detto, ma riflettendo su questo gesto di Gesù e riferendolo alla nostra situazione personale credo che serva a farci notare che senza un momento, un periodo di ‘stare con il Signore’, lontano dal frastuono del mondo, è molto difficile che impariamo ad ascoltare. Certamente Dio può parlare in qualunque situazione, per quanto caotica, ma certo se si crea una situazione favorevole di silenzio, di attenzione, di tranquillità la voce di Gesù la si sente in modo molto più chiaro. È siccome è proprio a quella voce che siamo sordi (mentre magari le altre voci le ascoltiamo molto più volentieri), occorre lasciarsi portare in disparte da Gesù, metterci in condizione di ascoltare solo lui.  A volte ci lamentiamo che il Signore non ci parla, ma quanto creiamo le condizioni perché questo possa avvenire?

gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua;

Come fa altre volte, Gesù non si limita a intervenire a distanza, ma agisce anche fisicamente. Tocca il sordomuto, gli mette addirittura le dita negli orecchi e la saliva sulla bocca. Che significato, spiritualmente, ha questo gesto, per la nostra sordità? Credo che l’ascolto di Dio, per essere davvero efficace per la nostra vita quotidiana, non debba essere solo un ascolto a distanza, come facciamo con molte cose che sentiamo sì, ma che subito dimentichiamo. Deve avvenire un incontro, un contatto fisico. Bisogna ‘fare l’amore con il Signore’, lasciarsi toccare, baciarlo in modo quasi fisico, come suggerisce il Cantico dei Cantici.

Mi baci con i baci della tua bocca. Ct 1, 2

Bisogna, come è successo al lebbroso, lasciarsi toccare dalla mano di Gesù. Bisogna, come Pietro, lasciarsi lavare i piedi da lui.

…cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Gv 13, 5-9


guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!».

Lo sguardo al cielo e il sospiro mi ricordano l’episodio del battesimo di Gesù, dove il cielo si apre e il respiro, il sospiro di Dio, lo Spirito Santo, scende su di lui:

Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Mt 3, 16

Occorre che la presenza di Dio non solo ci tocchi (Gesù che si fa carne), ma entri dentro di noi (lo Spirito Santo che viene donato) perché l’ascolto diventi completo. In altre parole, non basta che noi vogliamo ascoltare delle parole, degli insegnamenti (è possibile ascoltare gli insegnamenti di Gesù e anche metterli in pratica senza essere cristiani. Anzi, per fare questo non è neppure necessario essere credenti), ma se Dio stesso non entra dentro di noi quell’amplesso che dovrebbe essere il legame Dio-Uomo, non si realizza.
Ascoltare la parola di Dio non è solo un sentire delle cose, per quanto divine e importanti. È farle diventare parte di noi. È il modo con cui noi possiamo entrare in Dio e Dio in noi. Nell’evento della salvezza cristiana infatti, parole e gesti di Dio sono sempre strettamente legati. La parola di Dio non è solo una serie di concetti filosofici e teorici. Parlare di Dio non è ancora vita cristiana. Semmai vita cristiana è parlare A Dio. Ecco perché sono così importanti i sacramenti. Perché rendono fisico e concreto questo nostro contatto con Dio.

In realtà mi chiedo come sia possibile parlare di Dio senza aver prima aver parlato con lui. Forse è questo il motivo di tante incomprensioni tra credenti e credenti e tra credenti e non atei.

E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua

Fatti tutti i passaggi necessari, entrato in intimità con Gesù, toccato e baciato da lui, allora ecco che si aprono gli orecchi, quindi si scioglie anche il nodo della lingua. Se non sono più sordo automaticamente non sono più muto.

e parlava correttamente.

Particolare importantissimo. Non solo parla, ma parla correttamente. Così come solo se ascoltiamo correttamente le parole di Dio possiamo esprimere correttamente, invece di correre il rischio, come ahimè facciamo spesso, di parlare delle cose di Dio in modo scorretto, sbagliato, incompleto, perché le abbiamo ricevute malamente, oppure perché le confondiamo e le mischiamo con le nostre idee, le nostre opinioni, i nostri punti di vista.

E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

L’episodio si conclude con un secondo ‘miracolo’. La gente prima muta ora parla. Anzi, non riesce a stare zitta, nonostante le proibizioni di Gesù. Mi immagino Gesù sorridere mentre, dopo aver proibito di parlare, vede questa gente che non può fare a meno di raccontare quello che ha visto, come per dire: ecco, ora avete capito come funziona.


Inserisco anche questo video, anche se ci sono dei dubbi sulla sua autenticità. Ma credo che possa essere utile a immaginare cosa possa voler dire guarire dalla sordità, in questo caso grazie alle conquiste tecnologiche.

 

lunedì 3 settembre 2012

san Gregorio Magno

Dalle «Omelie su Ezechiele»

«Figlio dell'uomo, ti ho posto per sentinella alla casa d'Israele» (Ez 3, 16). 
E' da notare che quando il Signore manda uno a predicare, lo chiama col nome di sentinella. La sentinella infatti sta sempre su un luogo elevato, per poter scorgere da lontano qualunque cosa stia per accadere. Chiunque è posto come sentinella del popolo deve stare in alto con la sua vita, per poter giovare con la sua preveggenza.
Come mi suonano dure queste parole che dico! Così parlando, ferisco me stesso, poiché né la mia lingua esercita come si conviene la predicazione, né la mia vita segue la lingua, anche quando questa fa quello che può.
Ora io non nego di essere colpevole, e vedo la mia lentezza e negligenza. Forse lo stesso riconoscimento della mia colpa mi otterrà perdono presso il giudice pietoso.
Certo, quando mi trovavo in monastero ero in grado di trattenere la lingua dalle parole inutili, e di tenere occupata la mente in uno stato quasi continuo di profonda orazione. Ma da quando ho sottoposto le spalle al peso dell'ufficio pastorale, l'animo non può più raccogliersi con assiduità in se stesso, perché è diviso tra molte faccende.

san Gregorio Magno, chiesa di S. Maria delle Grotte a Rocchetta a Volturno, prima metà del XIV secolo.

Sono costretto a trattare ora le questioni delle chiese, ora dei monasteri, spesso a esaminare la vita e le azioni dei singoli; ora ad interessarmi di faccende private dei cittadini; ora a gemere sotto le spade irrompenti dei barbari e a temere i lupi che insidiano il gregge affidatomi.
Ora debbo darmi pensiero di cose materiali, perché non manchino opportuni aiuti a tutti coloro che la regola della disciplina tiene vincolati. A volte debbo sopportare con animo imperturbato certi predoni, altre volte affrontarli, cercando tuttavia di conservare la carità.
Quando dunque la mente divisa e dilaniata si porta a considerare una mole così grande e così vasta di questioni, come potrebbe rientrare in se stessa, per dedicarsi tutta alla predicazione e non allontanarsi dal ministero della parola?
Siccome poi per necessità di ufficio debbo trattare con uomini del mondo, talvolta non bado a tenere a freno la lingua. Se infatti mi tengo nel costante rigore della vigilanza su me stesso, so che i più deboli mi sfuggono e non riuscirò mai a portarli dove io desidero. Per questo succede che molte volte sto ad ascoltare pazientemente le loro parole inutili. E poiché anch'io sono debole, trascinato un poco in discorsi vani, finisco per parlare volentieri di ciò che avevo cominciato ad ascoltare contro voglia, e di starmene piacevolmente a giacere dove mi rincresceva di cadere.
Che razza di sentinella sono dunque io, che invece di stare sulla montagna a lavorare, giaccio ancora nella valle della debolezza? Però il creatore e redentore del genere umano ha la capacità di donare a me indegno l'elevatezza della vita e l'efficienza della lingua, perché, per suo amore, non risparmio me stesso nel parlare di lui.