venerdì 22 giugno 2012

varia gente



Gesù con i suoi discepoli si ritirò presso il mare e lo seguì molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea e da Gerusalemme, dall’Idumea e da oltre il Giordano e dalle parti di Tiro e Sidone, una grande folla, sentendo quanto faceva, andò da lui. Allora egli disse ai suoi discepoli di tenergli pronta una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. Infatti aveva guarito molti, cosicché quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo. Gli spiriti impuri, quando lo vedevano, cadevano ai suoi piedi e gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse.

Dopo la disputa con i farisei nella sinagoga (presumibilmente quella di Cafarnao), Marco descrive brevemente il movimento di gente che comunque va a cercare Gesù. Non so fino a che punto la gente del popolo riuscisse a cogliere le questioni teologiche e dottrinali emerse tra Gesù e i farisei, ma Gesù fa miracoli, e questo lo rende famoso. Tanto che, dice Marco, i discepoli devono fare da bodyguard a Gesù per impedire che lo schiaccino.
Le persone che cercano Gesù potremmo identificarle in tre gruppi:
c’è la folla, che lo cerca perlopiù per i miracoli che fa e per farsi guarire,
c’è la sua famiglia, che lo cerca un po’ preoccupata,
ci sono i farisei, che non è che proprio lo cerchino, ma certo lo osservano da vicino.
I confini tra i tre gruppi non sono sempre molto netti. Tra la gente che lo cerca non ci sono solo quelli desiderosi di ricevere un miracolo, ma anche chi vuole ascoltare quello che Gesù ha da dire. Ci sono anche coloro che diventeranno suoi collaboratori. Anche tra gli oppositori di Gesù ci sono alcuni, pochi per la verità, che non si schierano contro di lui.

Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». Gv 3, 1-2


Venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi. Mc 5, 22
Vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, buono e giusto. Egli non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Era di Arimatea, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lc 23, 50-52

La folla

Per la maggior parte della gente Gesù è colui che fa miracoli, in particolare guarisce i malati. Questo gli attira attorno grandi folle

C'era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. Gv 6, 10
Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: “Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”. Gv 6, 5
C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone, lc 6, 17

Queste folle si assottiglieranno sempre più man mano che Gesù presenterà la propria proposta, assai impegnativa, e nello stesso tempo ridurrà il numero dei miracoli fino a non farne più.

I parenti

Per i parenti Gesù è ovviamente il congiunto a cui si è legati, ma qui le cose si complicano un po’, sia perché i parenti sono perplessi riguardo al suo comportamento, sia perché Gesù ha una propria concezione di parentela.

Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni. Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè «figli del tuono»; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì.


Entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé».

Gesù non considera molto i propri consanguinei, ma piuttosto si sceglie ‘quelli che vuole … perché stiano con lui’. Gesù si fa una sua famiglia, che diventa più importante di quella naturale. Tant’è vero che i nomi delle persone che vengono ricordati e elencati non sono i nomi dei parenti ma degli apostoli, la sua nuova parentela. Questo formarsi intorno a Gesù di una famiglia più importante di quella di origine racchiude in sé il futuro formarsi della famiglia dei credenti, che non raccoglierà gente del solo popolo di Israele, ma si aprirà a tutti, ebrei e pagani indifferentemente.

Da parte loro i parenti naturali sono alquanto sconcertati dalle cose che Gesù fa, e credo siano anche un po’ preoccupati per il fatto che le autorità lo stiano tenendo sotto osservazione.

Gli oppositori

Abbiamo già visto che Gesù è un sorvegliato speciale. I farisei, custodi dell’ortodossia del popolo di Israele, si accorgono che Gesù ha un modo tutto particolare di considerare gli aspetti fondamentali della fede ebraica: il sabato, le prerogative di Dio, il perdono dei peccati, il digiuno. Allora intervengono. Abbiamo già notato che i farisei hanno dei motivi più che validi e le loro ragioni legittime per essere perplessi riguardo alle cose che fa Gesù, ma non scelgono il confronto diretto sulle questioni che Gesù pone, bensì cercano di delegittimarlo.

Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni». Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: «Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna». Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito impuro».

I nemici, in questo caso gli scribi, cominciano a mettere insieme una strategia di opposizione che si basa sul mettere in cattiva luce Gesù. Quindi non si preoccupano tanto di verificare se quel che dice o fa è motivato, ma cercano soprattutto di trovare appigli per screditarlo. A loro non interessa quello che Gesù dice.
Un esempio lampante di questo atteggiamento è la domanda di Gesù su Giovanni Battista:

Un giorno, mentre istruiva il popolo nel tempio e annunciava il Vangelo, sopraggiunsero i capi dei sacerdoti e gli scribi con gli anziani e si rivolsero a lui dicendo: «Spiegaci con quale autorità fai queste cose o chi è che ti ha dato questa autorità». E Gesù rispose loro: «Anch’io vi farò una domanda. Ditemi: il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini?». Allora essi ragionavano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché non gli avete creduto?”. Se invece diciamo: “Dagli uomini”, tutto il popolo ci lapiderà, perché è convinto che Giovanni sia un profeta». Risposero quindi di non saperlo. E Gesù disse loro: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose». Lc 20, 1-8

Nel rispondere alla domanda di Gesù gli scribi non si preoccupano dei contenuti della domanda, ma si fermano a chiedersi cosa conviene rispondere. Guardano più alla convenienza della risposta che alla giustezza della risposta. In questo si dimostrano molto opportunisti e ben poco spirituali. Questo sarà il loro errore fatale, che li metterà sempre più contro quello stesso Dio che sono convinti di difendere.

Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre». 


A conclusione del commento di questo testo, mentre Gesù dà una ulteriore conferma di come lui intenda la famiglia, faccio notare un particolare curioso: tra tutte le persone che per diversi motivi cercano Gesù, folla, parenti e oppositori, non c’è nessuno che sia riuscito ancora a capire chi lui sia veramente. Ma c’è qualcuno che ci è riuscito, anche se non fa parte di questi gruppi.

Gli spiriti impuri, quando lo vedevano, cadevano ai suoi piedi e gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse.

C’è una presenza misteriosa che è già spuntata fuori alcune volte. Una presenza spirituale, che conosce bene Gesù. Chi saranno questi misteriosi personaggi? E perché conoscono Gesù? E perché Gesù non vuole che lo dicano?


giovedì 14 giugno 2012

tendi la mano



Entrò di nuovo nella sinagoga.

Le tre scene precedenti ci hanno mostrato Gesù che faceva cose un po’, diciamo, originali. Con i presenti, in particolare i farisei, che tentavano di farsi spiegare da lui il perché di quei comportamenti. Richieste di chiarimenti e di spiegazioni, magari perplessità e diffidenza, ma nessuno scontro. Adesso qualcosa cambia. Gesù non è più in riva al mare o in mezzo ai campi. Ora è nella sinagoga, sede ‘ufficiale’ della comunità ebraica.

Vi era lì un uomo che aveva una mano paralizzata, e stavano a vedere se lo guariva in giorno di sabato, per accusarlo. 


L’atteggiamento dei farisei verso Gesù è cambiato. Non sono più solo curiosi e interessati. Stanno a vedere che fa per accusarlo. Come mai questo cambio di atteggiamento? Gesù ha toccato il Sabato, e lo ha fatto in una sinagoga. Il Sabato è il giorno del Signore, secondo le indicazioni della Genesi e dell’Esodo:

Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando. Gn 1, 2-3

Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro … perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro. Es 20, 8-11

Violando il Sabato Gesù si mette contro la legge di Dio. E lo fa ufficialmente, in una sinagoga. Questa per i farisei non è più solo una cosa da guardare con diffidenza, ma una cosa di cui preoccuparsi. Siamo su un terreno delicatissimo, per le molte implicazioni che porta con sé: c’è in ballo il rispetto di una legge data da Dio: come porsi nei confronti della legge divina? È coinvolta l’autorità delle guide del popolo di Israele: come considerare questa autorità? E come deve porsi l’autorità in caso di violazione della legge? È in discussione l’autorità stessa di Gesù: se si mette contro la legge di Dio come può ancora essere credibile come maestro?

 
Il modo di applicare la Legge ai casi della vita, così come l'ha insegnato Gesù (fondamento della successiva morale cristiana) è ‘aperto’, non nel senso di ritenere ugualmente valida qualunque scelta, ma nel senso che fa riferimento sì a dei fondamenti rivelati, ma non in modo da sentirsene deresponsabilizzati. Gesù riconosce l’autorità della Legge divina:

In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Mt 5, 18-19

ma nello stesso tempo applica le norme che ne derivano in modo ragionato e adattandole alle situazioni che incontra. Invito ad andare a leggere la continuazione del discorso nel cap. 5 di Matteo. Dà un’idea, credo, molto chiara di quello che intende Gesù:

Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio... Mt 5, 20…

La morale ‘chiusa’ (la giustizia degli scribi e dei farisei) è quella che da un lato non transige su ogni singolo comandamento, e dall’altro non sa andare oltre: se si è osservata la norma si è a posto, e non si deve fare niente di più. E non c'è bisogno di chiedersi il perché si deve osservare quella norma.
La morale ‘aperta’ recepisce il comandamento, ne coglie il senso e ne applica le conseguenze fino in fondo. Nel fare questo non si ha nessuna indicazione precisa, oltre al comandamento base. Ciascuno dovrà decidere in base alla propria esperienza, alla propria sensibilità, alla propria coscienza, alla propria valutazione. La morale aperta richiede una continua attenzione al senso di quello che si sta facendo, una conoscenza profonda di tutti i risvolti degli eventi, un’attenzione costante al fine per cui la Legge è stata istituita, che è l’uomo.

Egli disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati, vieni qui in mezzo!». Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?». Ma essi tacevano.

La domanda che fa Gesù è molto significativa. Non chiede se bisogna osservare o meno il Sabato. Ma se l’osservare la legge del Sabato è più importante del fare il bene o il male.

E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori,

Non vogliono ascoltare. Non vogliono cercare di capire. L’uomo nella sinagoga ha la mano paralizzata, i farisei hanno la mente paralizzata. Gesù apre la mano all’uomo per far aprire la mente ai farisei. Ma non funziona.

disse all’uomo: «Tendi la mano!». Egli la tese e la sua mano fu guarita. 


E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.

Siamo appena agli inizi della presenza pubblica di Gesù, eppure già parlano di farlo morire. Questo dà un’idea di quella che sarà la sua vita pubblica da ora in poi. Lui che porta la presenza di Dio viene contrastato proprio da coloro che intendono servire lo stesso Dio. La conclusione che ne tiriamo subito noi, istintivamente, è che gli uomini che si piccano di parlare a nome di Dio sono quelli che meno fanno la sua volontà. Ma è una conclusione sbagliata. I farisei sono sinceramente e onestamente preoccupati della situazione. E ne hanno tutte le ragioni. Sono i custodi di una rivelazione che è la stessa che Gesù è venuto a portare a compimento, non a distruggere. Il problema dei farisei, che è anche il tasto su cui Gesù sta insistendo, è che non riescono più a cogliere il senso profondo di quella legge che difendono. Hanno dato più importanza alla legge che non a Dio che l’ha rivelata. E non serviranno neppure i miracoli (segno che c’è Dio in azione) a convincerli:

… “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”». Lc 16, 31


lunedì 4 giugno 2012

Perchè?



Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro.

Dopo la lunga pausa della Quaresima e della Pasqua, torniamo a Marco e al suo vangelo. Andiamo anche noi con la folla lungo il mare per sentire cosa Gesù ha da insegnare.
L’avevamo lasciato a Cafarnao, dopo la guarigione del paralitico, che al di là del miracolo in sé conteneva anche alcune domande riguardanti la sua identità:

«… Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?» … «Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua». Mc 2, 6-11

Dietro la presenza di Gesù si intravede la presenza di Dio. Ma in che relazione sono Dio e Gesù? Lui stesso lascia trasparire la presenza e l’azione di Dio, ma in modo che chi gli sta davanti sia in qualche modo costretto a ragionarci su, a verificarla. Gesù non dice ‘io sono Dio’, vuole che chi lo incontra si ponga la domanda: chi sei?

…tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». Mt 21, 10
…“chi è dunque costui, del quale sento dire tali cose?”. Lc 9, 9
…“chi è costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?”. Mc 4, 41

Ora Gesù fa tre cose che non dovrebbe fare:
- va a mangiare a casa di Levi con i peccatori e i pubblicani.
- con i suoi discepoli non digiuna mentre dovrebbe farlo.
- lascia che i discepoli facciano un lavoro non permesso in giorno di sabato.

Gesù, facendo queste tre cose, suscita una domanda fondamentale: perché?

È una domanda essenziale, per diversi motivi:

denota curiosità e interesse in chi la pone.
È vero che alcune di queste persone trasformeranno questa curiosità in rifiuto e ostilità, ma inizialmente non è così.
richiede una risposta da parte di Gesù.
Dopo essere riuscito a suscitare curiosità e interesse, Gesù ora può spiegare, motivare le sue azioni.
può suscitare un nuovo modo di vedere le cose.
Chi tra gli interlocutori di Gesù si era chiesto fino a quel momento se quello che aveva imparato e stava facendo (stare lontano dai peccatori, digiunare, osservare il Sabato) era la cosa giusta?
mette in discussione anche se stessi.
Il pericolo che corre ogni religione non è tanto l’osservare certe norme e regole, quanto il farlo senza chiedersi il perché. Gli scribi chiedono a Gesù perché fa quello che fa. Nel rispondere vedremo che Gesù fa a sua volta a loro la stessa domanda: perché osservate queste norme?

Ora proviamo a vedere ciascuno dei tre gesti di Gesù, per notare altri particolari:

1

Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».


Gesù si pone di fronte alle norme religiose in un modo particolare. Solitamente una volta accettata una norma la si segue, perché dà sicurezza, o per paura di incorrere in sanzioni o punizioni, o per entrambe le cose. Se ho fatto ‘quello che dovevo fare’ posso ritenermi a posto sia con me stesso che con l’autorità.
Gesù non infrange le norme e le leggi, specialmente le leggi di Dio

Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. Mt 5, 17

però mette le norme e le leggi al servizio della persona, non viceversa. Come appare evidente in questa affermazione che ritroveremo più avanti:

“Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato”

Gesù mette al primo posto le persone, anche i peccatori. Non viola la norma, la mette a servizio delle persone per le quali è stata fatta. Non considera insignificanti le leggi e le norme, non le calpesta. Non dice ai farisei: ‘questi peccatori sono migliori di voi’, e neppure dice ‘questi non sono affatto peccatori’. Le leggi che queste persone hanno violato rimangono intatte e valide. Anche Gesù li considera peccatori, esattamente come i farisei. Quello che Gesù cambia è l’atteggiamento verso di loro.
Per i farisei l’importante è salvaguardare se stessi: la scelta di non contaminarsi con i peccatori ha questo come scopo. Ed è uno scopo nobile ed elevato: non voler commettere il male (anche se contiene un’imperfezione: l’identificare il male con chi lo commette). Ma è anche uno scopo egoistico. Loro pensano solo a sé.
Anche per Gesù è importante non commettere il male, ma il suo sguardo è più ampio. Non solo non vuole commettere il male lui, ma vuole che non lo commettano neppure gli altri.
Mentre i farisei pensano a salvare se stessi, Gesù pensa a salvare i peccatori.
Pensare a se stessi è una buona cosa. Ma pensare agli altri è cosa migliore.

È necessario salvarsi insieme.
È necessario arrivare insieme a Dio.
È necessario presentarsi insieme.
Non si può arrivare a trovare Dio gli uni senza gli altri.
Sarà necessario ritornare tutti insieme alla casa del Padre.
Bisogna pensare un poco anche agli altri.
Bisogna lavorare un poco gli uni per gli altri.
Cosa ci dirà se torneremo gli uni senza gli altri?
Charles Peguy

Pensare a salvare se stessi fa correre il rischio di estremizzare a danno degli altri: pur di salvare me stesso arrivo a uccidere l’altro. È quello che faranno i farisei.
Pensare a salvare gli altri fa correre un rischio simile, ma in una prospettiva opposta: pur di salvare gli altri sono disposto a donare me stesso. È quello che farà Gesù.
Per gli scribi dei farisei i peccatori devono essere tenuti lontani: sono peccatori, non bisogna stare con loro.
Per Gesù lo stesso motivo diventa spinta a fare esattamente il contrario: sono peccatori, bisogna stare con loro.

2

I discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Vennero da lui e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». Gesù disse loro: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora, in quel giorno, digiuneranno. Nessuno cuce un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo porta via qualcosa alla stoffa vecchia e lo strappo diventa peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri nuovi!».


Un altro gesto provocatorio di Gesù che suscita la domanda: perché?. La risposta di Gesù a questa domanda riguardante il digiuno gli permette di stuzzicare i suoi interlocutori sulla propria identità. Il digiuno rituale, oltre che essere una delle tante norme della legge ebraica da rispettare, aveva come scopo esprimere la propria consapevolezza di essersi allontanati da Dio: rinuncio al cibo perché voglio dimostrare a Dio che è solo lui che mi dà la vita, e io sono stato irriconoscente verso di lui perché me ne sono allontanato.
Gesù accetta questo gesto e il suo significato. Non si burla di loro dicendo ‘che stupidi che siete, mangiate e divertitevi’. Ma dice loro che non devono digiunare, perché lo Sposo (cioè Dio) è lì con loro. Non è lontano. E se è lì con loro non c’è motivo di digiunare.
Un altro degli indizi della propria divinità che Gesù lascia dietro di sé.

3

Avvenne che di sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli, mentre camminavano, si misero a cogliere le spighe. I farisei gli dicevano: «Guarda! Perché fanno in giorno di sabato quello che non è lecito?». Ed egli rispose loro: «Non avete mai letto quello che fece Davide quando si trovò nel bisogno e lui e i suoi compagni ebbero fame? Sotto il sommo sacerdote Abiatàr, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta, che non è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche ai suoi compagni!». E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato».


Quest’ultima frase l’abbiamo già anticipata. Ma è importante evidenziarla, perché contiene e riassume tutta la visione che Gesù porta dell’uomo e del mondo. È un modo ci considerare le leggi e le norme religiose come aiuti alla vita dell’uomo, non come ostacoli. Questo però richiede attenzione, consapevolezza, anche coraggio. Perché bisogna essere capaci di adattare le norme alla vita, ma anche la vita alle norme, nella consapevolezza che chi ha stabilito le norme aveva come obiettivo la vita di tutti gli uomini, non le mie esigenze personali.