giovedì 31 maggio 2012

don Chisciotte e don Camillo


Chi segue questo blog sa che non entro in discussioni o approfondimenti riguardanti i fatti di cronaca o le innumerevoli prese di posizione e polemiche sulla Rete su questa o quella notizia. 
Non lo faccio perché ritengo che qualunque intervento debba essere pensato e pesato, documentato e ragionato. Di boiate, polemiche inutili e bufale è già pieno il Web. 
Ci metto in media una settimana a scrivere uno striminzito commento al Vangelo, che è l’unica cosa che so fare (forse), figuriamoci se sono capace di commentare cose che non conosco. Per dare una notizia seriamente e in modo documentato, non essendo un esperto, ci metterei dei mesi, e nel frattempo la notizia è diventata vecchia ed è stata dimenticata.

Però stavolta qualcosa mi viene da dirlo, pur sapendo che non serve a niente. Chi vuole fare polemica, chi si limita a inoltrare senza ragionare, chi si sente eroe cliccando su ‘mi piace’, chi dà la colpa sempre a qualcun altro, continuerà imperterrito. E pazienza.


Papa cattivo cattivo! Il Dalai Lama sì che è un figo.
A questo appello si è affiancato anche quello riguardante la parata del 2 giugno.

Alcune considerazioni.

I due eventi, il Papa a Milano e la parata della festa della Repubblica, cadono negli stessi giorni (giornata delle famiglie l’1-3 giugno, festa della Repubblica 2 giugno), ormai vicinissimi. Le spese, motivate o criticabili che siano, sono già state fatte. A che servono appelli come questi? A sentirsi eroi perché si critica lo Stato e la Chiesa? Mi chiedo chi, tra coloro che hanno condiviso e inoltrato questi appelli, ha tirato fuori anche solo 10 euro di tasca sua per le popolazioni terremotate.

Il Dalai Lama donerà 50000 euro fonte
Una decisione generosa, in linea con la sua elevata personalità.

Ovviamente abbiamo subito a disposizione la relativa polemica


A parte le possibili osservazioni sulle virgole in posizioni fantasiose, e gli accenti e gli apostrofi latitanti, prendo spunto da questa domanda per verificare quanto ha dato la Chiesa Cattolica.

Innanzitutto il prezzo che ha pagato in prima persona (la Chiesa Cattolica non è solo il Vaticano)
  • Un prete morto, un altro ferito.
  • I cattolici che sono stati colpiti personalmente dal sisma nei loro affetti e nei loro beni.
  • chiese, istituti, scuole, comunità di accoglienza distrutti o inagibili.
Poi le risorse messe a disposizione immediatamente sul territorio nonostante le condizioni a volte disagiate:
  • Mobilitazione delle parrocchie, delle sedi Caritas, degli istituti religiosi e dei centri di accoglienza.
infine, per tornare ai contributi economici:
  • 100000 euro subito fonte
  • 1 milione di euro stanziati fonte
Cosa c’entra con tutto ciò la visita del Papa a Milano? Le famiglie cattoliche vogliono incontrare la loro guida, ed essendo tante persone (un milione stimato di pellegrini) mobilitano inevitabilmente le strutture della città in cui si ritrovano, Milano in questo caso. Questo crea una impegnativa gestione organizzativa, sicuramente. Spese per la città, indubbiamente. Si può discutere se sono spese sensate, certamente.  (fonte)
Ma queste persone non vanno lì a depredare una città e a lasciarla agonizzante. Vanno a fare una cosa che ritengono importante, come migliaia di altre che negli stessi giorni parteciperanno a iniziative culturali, politiche, religiose, sportive e musicali nella stessa città. Si può certo discutere sull'importanza di queste motivazioni. Chi detesta la religione le riterrà frivole e inutili, come me che ritengo frivole e inutili le risorse spese per l'alta moda o quelle che ruotano intorno al calcio. Ciascuno avrà i propri metri di giudizio, ma perchè a nessuno è venuto in mente di fare appelli su Facebook perchè siano dirottati sull'Emilia i proventi di un concerto o di una sfilata di moda?
 Accusare gli altri, in primo luogo lo Stato o la Chiesa, è un ottimo modo per evitare di mettersi in gioco e impegnare se stessi. Se gli altri sono cattivi ci si sente più buoni, anche senza aver fatto nulla. 
E in più fa sentire di essere dei nuovi Don Chisciotte.
Ai Don Chisciotte da tastiera preferisco ancora sempre Don Camillo.





mercoledì 30 maggio 2012

Berlicche 15


Mio caro Malacoda,
avevo notato, naturalmente, che gli esseri umani avevano avuto un periodo di stasi nella loro guerra europea (in quella che con molto candore chiamano La Guerra!) e non mi sorprende che vi sia una stasi corrispondente nelle preoccupazioni del paziente. Dobbiamo incoraggiarlo in ciò, oppure mantenerlo continuamente sottosopra? Tanto una paura torturante quanto una sciocca confidenza sono posizioni mentali da desiderare. La scelta che dobbiamo fare tra i due dà luogo a importanti problemi.
Gli esseri umani vivono nel tempo, ma il nostro Nemico li destina all’eternità. Perciò, credo, egli desidera che essi si occupino principalmente di due cose: dell’eternità stessa e di quel punto del tempo che essi chiamano il presente. Il presente è infatti il punto nel quale il tempo tocca l’eternità. Del momento presente, e soltanto di esso, gli esseri umani hanno un’esperienza analoga all’esperienza che il nostro Nemico ha della realtà intera, soltanto in esso viene loro offerta la libertà e la realtà. Egli vorrebbe perciò che essi fossero continuamente occupati o con l’eternità (il che vuol dire essere occupati di lui) o con il presente, o che meditino sulla loro unione eterna con lui, o sulla separazione da lui, oppure che obbediscano alla voce presente della coscienza, portando la croce presente, ricevendo la grazia presente, offrendo azioni di grazie per il piacere presente.
Il nostro lavoro è di allontanarli sia dall’eterno, sia dal presente. A questo fine talvolta tentiamo un essere umano (una vedova, ad esempio, o uno studioso) a vivere nel passato. Ma ciò vale soltanto limitatamente, poiché essi hanno una conoscenza determinata del passato e il passato ha una natura determinata, e sotto questo aspetto assomiglia all’eternità. È molto meglio farli vivere nel futuro. Le necessità biologiche vi dirigono già tutte le loro passioni, cosicché il pensiero del futuro infiamma la speranza e il timore. Inoltre esso è sconosciuto, e quindi facendoli pensare ad esso li facciamo pensare a cose irreali. Insomma, il futuro è, tra tutte, la cosa meno simile all’eternità. È la parte più compiutamente temporale del tempo, poiché il passato è ghiacciato e non scorre più, e il presente è tutto illuminato dai raggi dell’eternità. Da cui l’incoraggiamento che noi abbiamo dato a tutti quegli schemi di pensiero come l’evoluzione creatrice, l’umanesimo scientifico o il comunismo, che fissano l’affetto dell’uomo nel futuro, nel centro stesso della temporalità. Quasi tutti i vizi sono radicati nel futuro. La gratitudine riguarda il passato e l’amore al presente. Il timore, l’avarizia, la lussuria e l’ambizione guardano avanti. Non pensare che la lussuria sia un’eccezione. Quando il piacere presente arriva, il peccato (che è la sola cosa che ci interessa) è già finito. Il piacere è appunto la parte del processo che ci dispiace e che escluderemmo, se lo potessimo fare senza perdere il peccato. È la parte che viene offerta dal Nemico, e quindi sperimentata nel presente. Il peccato, che rappresenta il nostro contributo, guarda avanti.
Si sa, anche il nemico vuole che gli uomini pensino al futuro, ma solo quel tanto che è necessario per stabilire ora i piani e gli atti di giustizia e di carità che forse saranno il loro dovere domani. Il dovere di stabilire i piani del lavoro di domani è un dovere di oggi. Benché il suo materiale sia preso a prestito dal futuro, il dovere, come ogni dovere, è nel presente. Questo non è spaccare un capello in quattro. Egli non vuole che gli uomini diano il loro cuore al futuro, che ripongano in esso il loro tesoro. Noi sì. Il suo ideale è un uomo che, avendo lavorato tutto il giorno per il bene della posterità (se tale è la sua vocazione), si libera la mente da ogni pensiero di quel lavoro, lascia le conseguenze al Cielo, e ritorna senza indugio alla pazienza e alla gratitudine che il momento che passa su di lui gli richiede. Noi invece vogliamo un uomo che sia stregato dal futuro, invasato da visioni di un cielo o di un inferno imminenti sulla terra, pronto a rompere i comandi del Nemico nel presente, se così facendo lo facciamo pensare che sarà in grado di raggiungere il primo o di schivare il secondo, dipendente per la sua fede dal successo o dal fallimento di schemi dei quali non vivrà fino a vedere la fine. Noi vogliamo tutta una razza che persegua perpetuamente la fine dell’arcobaleno, mai onesta, mai gentile, né felice ora, ma che usi continuamente come pura esca da collocare sull’altare del futuro ogni vero dono che le viene offerto nel presente. Ne segue dunque, in generale, e a parità di ogni altra cosa, che è meglio per il tuo paziente essere pieno di ansietà e di speranza (non importa quale) intorno a questa guerra, che non vivere nel presente. Ma la frase ‘vivere nel presente’ è equivoca. Può essere usata per descrivere un processo che in realtà si può occupare del futuro come l’ansietà stessa. Il tuo uomo può essere indifferente intorno al futuro, non perché si occupa del presente, ma perché è giunto alla convinzione che il futuro sarà piacevole. Se la sua tranquillità seguirà questa linea, tale sua tranquillità ci sarà utile, perché non farà altro che accumulare sempre maggior disappunto, e quindi maggiore impazienza, per lui, quando le sue false speranze saranno svanite. Se, d’altra parte, egli è consapevole che gli possono essere riservati degli orrori, e prega per ottenere le virtù con le quali affrontarli, occupandosi nel frattempo del presente, perché là e soltanto là si trovano tutto il dovere, tutta la grazia, tutta la conoscenza e tutto il piacere, il suo stato è indesiderabile e dovrebbe essere attaccato senza indugio. Anche qui il nostro ramo filologico ha fatto un buon lavoro. Tenta la parola ‘compiacimento’ con lui. Ma naturalmente è probabilissimo che egli stia ‘vivendo nel presente’ per nessuna di queste ragioni, ma semplicemente perché la sua salute è buona ed egli sta godendo del suo lavoro. In questo caso il fenomeno sarebbe unicamente naturale. Ma io lo troncherei lo stesso, se fossi in te. Nessun fenomeno naturale è in realtà in nostro favore. E del resto, perché mai la creatura dovrebbe essere felice?

Tuo affezionatissimo zio

Berlicche

domenica 27 maggio 2012

Pentecoste

Madre de’ Santi, immagine
Della città superna;
Del Sangue incorruttibile
Conservatrice eterna;

Tu che, da tanti secoli,
Soffri, combatti e preghi,
Che le tue tende spieghi
Dall’uno all’altro mar;

Campo di quei che sperano;
Chiesa del Dio vivente;
Dov’eri mai? qual angolo
Ti raccogliea nascente,
 
Quando il tuo Re, dai perfidi
Tratto a morir sul colle
Imporporò le zolle
Del suo sublime altar?

E allor che dalle tenebre
La diva spoglia uscita,
Mise il potente anelito
Della seconda vita;

E quando, in man recandosi
Il prezzo del perdono,
Da questa polve al trono
Del Genitor salì;

Compagna del suo gemito,
Conscia de’ suoi misteri,
Tu, della sua vittoria
Figlia immortal, dov’eri?

In tuo terror sol vigile.
Sol nell’obblio secura,
Stavi in riposte mura
Fino a quel sacro dì,

Quando su te lo Spirito
Rinnovator discese,
E l’inconsunta fiaccola
Nella tua destra accese

Quando, segnal de’ popoli,
Ti collocò sul monte,
E ne’ tuoi labbri il fonte
Della parola aprì.

Come la luce rapida
Piove di cosa in cosa,
E i color vari suscita
Dovunque si riposa;

Tal risonò moltiplice
La voce dello Spiro:
L’Arabo, il Parto, il Siro
In suo sermon l’udì.

Adorator degl’idoli,
Sparso per ogni lido,
Volgi lo sguardo a Solima,
Odi quel santo grido:

Stanca del vile ossequio,
La terra a lui ritorni:
E voi che aprite i giorni
Di più felice età,

Spose che desta il subito
Balzar del pondo ascoso;
Voi già vicine a sciogliere
Il grembo doloroso;

Alla bugiarda pronuba
Non sollevate il canto:
Cresce serbato al Santo
Quel che nel sen vi sta.

Perché, baciando i pargoli,
La schiava ancor sospira?
E il sen che nutre i liberi
Invidiando mira?

Non sa che al regno i miseri
Seco il Signor solleva?
Che a tutti i figli d’Eva
Nel suo dolor pensò?

Nova franchigia annunziano
I cieli, e genti nove;
Nove conquiste, e gloria
Vinta in più belle prove;

Nova, ai terrori immobile
E alle lusinghe infide.
Pace, che il mondo irride,
Ma che rapir non può.

O Spirto! supplichevoli
A’ tuoi solenni altari;
Soli per selve inospite;
Vaghi in deserti mari;

Dall’Ande algenti al Libano,
D’Erina all’irta Haiti,
Sparsi per tutti i liti,
Uni per Te di cor,

Noi T’imploriam! Placabile
Spirto discendi ancora,
A’ tuoi cultor propizio,
Propizio a chi T’ignora;

Scendi e ricrea; rianima
I cor nel dubbio estinti;
E sia divina ai vinti
Mercede il vincitor.

Discendi Amor; negli animi
L’ire superbe attuta:
Dona i pensier che il memore
Ultimo dì non muta:

I doni tuoi benefica
Nutra la tua virtude;
Siccome il sol che schiude
Dal pigro germe il fior;

Che lento poi sull’umili
Erbe morrà non colto,
Né sorgerà coi fulgidi
Color del lembo sciolto

Se fuso a lui nell’etere
Non tornerà quel mite
Lume, dator di vite,
E infaticato altor.

Noi T’imploriam! Ne’ languidi
Pensier dell’infelice
Scendi piacevol alito,
Aura consolatrice:

Scendi bufera ai tumidi
Pensier del violento;
Vi spiri uno sgomento
Che insegni la pietà.

Per Te sollevi il povero
Al ciel, ch’è suo, le ciglia,
Volga i lamenti in giubilo,
Pensando a cui somiglia:

Cui fu donato in copia,
Doni con volto amico,
Con quel tacer pudico,
Che accetto il don ti fa.

Spira de’ nostri bamboli
Nell’ineffabil riso,
Spargi la casta porpora
Alle donzelle in viso;

Manda alle ascose vergini
Le pure gioie ascose;
Consacra delle spose
Il verecondo amor.

Tempra de’ baldi giovani
Il confidente ingegno;
Reggi il viril proposito
Ad infallibil segno;

Adorna la canizie
Di liete voglie sante;
Brilla nel guardo errante
Di chi sperando muor.

                           Alessandro Manzoni 





domenica 20 maggio 2012

Ascensione

Naso in su, piedi in giù

Durante l'Ascensione, Gesù gettò un'occhiata verso la terra che stava piombando nell'oscurità. Soltanto alcune piccole luci brillavano timidamente sulla città di Gerusalemme. L'arcangelo Gabriele, che era venuto ad accogliere Gesù, gli domandò: "Signore, che cosa sono quelle piccole luci?". "Sono i miei discepoli in preghiera, radunati intorno a mia madre. E il mio piano, appena rientrato in cielo, è di inviare loro il mio Spirito, perché quelle fiaccole tremolanti diventino un incendio sempre più vivo che infiammi, poco a poco, tutti i popoli della terra!". L'Arcangelo Gabriele osò replicare: "E che farai, Signore, se questo piano non riesce?". Dopo un istante di silenzio, il Signore gli rispose dolcemente: "Ma io non ho un altro piano".
 
Vissuta quaggiù, tra orti e case che si rimpiccioliscono, questi frammenti di tempo sono infinitamente tristi, questo giorno chiamato nei calendari Ascensione in verità per noi è la fine di un lungo Natale, tra queste nuvole misteriose si dissolve la magia e lo splendore di quella notte vissuta tra le colline di Betlemme. Perché se presepio significa "fare siepe", muri, stelline e spiagge di muschio attorno a quel Bambino per imprigionarlo in una festa che richiama la nostra infanzia, con l'allegria dei nostri ricordi raccontati attorno ad un camino acceso, oggi ci pensi e ti chiedi: "dove sono, a cosa sono serviti tutti quei presepi?" Quel Bambino, diventato grande, è scappato.
Il presepio e la croce. Guarda che assurdità: quest'ora sembra essere più triste addirittura dell'ora della morte. Perché almeno la croce lasciava un cadavere da imbalsamare di lacrime e di unguenti, da visitare con fiori e lanterne. Illogico l'uomo, se veramente un sepolcro in terra può dare maggior conforto che un punto irraggiungibile in cielo che ti parla di speranza. Ma se d'un balzo quest'Uomo abbandona la terra nel pieno della sua giovinezza e della sua eclatante vittoria, nel sole delle sue amicizie e delle sue cene è solo per gridarci che anche noi qui non abbiamo la residenza eterna. 
Lasciando Betania e lo sguardo dell'amico Lazzaro, il silenzio del deserto e la confusione di Gerusalemme, insegna anche a noi a lasciare le nostre case senza voltarci indietro. A sollevare in alto il nostro capo. Ma che difficile capire. Noi, armati di cultura e di letteratura, capiamo solo che era tra noi e adesso non c'è più, che potevamo toccarlo e adesso sulla terra non rimane che l'impronta di quei piedi che uno sprazzo di vento presto cancellerà. Inutile nasconderlo: avremmo preferito un Dio che restasse imprigionato dentro le nostre zolle, magari anche un Dio di pietra come i vecchi idoli pagani, a cui tingere la fronte, ballare attorno, imprecare, sognare, ripartire.

Salvador Dalì, Ascensione di Cristo, 1958

Il difficile del nostro vivere comincia da questo momento. Quello sperone di monte sembra una scogliera di naufraghi abbandonati, con le barbe protese verso l'alto, i ciuffi neri e le teste calve che scolorano come un mucchio di marionette a spettacolo finito, il cuore turbato in un assurdo rimorso. Senza più quel Maestro geniale e imprevedibile noi vorremmo fermarci lassù migliaia di anni perché ci è stato detto che verrà precisamente alla stessa maniera. Ma non sarà possibile. Non lo è stato nemmeno per i discepoli: hanno dovuto obbedire, sono stati costretti a scendere assieme agli altri, per non dare al Maestro l'ennesima impressione di non aver capito nulla: "Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?". Attenzione: perché da quell'istante potrebbe nascondersi dietro un cespuglio, nel tronco cavo di un albero, in uno stagno di Galilea. Egli torna al Padre, ma quel Padre non abita oltre il volo degli uccelli. Egli è nelle brughiere spazzate dal vento, nei fienili sconosciuti divenuti locande improvvisate, sui crinali delle montagne, sotto il letto o sui tetti della città. 
Sai cosa significa? Che la storia non è un mazzo di inutili sussulti. Che quelli che stiamo percorrendo non sono sentieri interrotti. Che la nostra vita non è sospesa sul vuoto. Che quel Dio che senti tremendamente lontano si è fatto inquilino di quell'appartamento privatissimo che si chiama "persona umana". Sicché il suo indirizzo provvisorio porta i connotati di ciascuno di noi. Di me, don Marco. Di te, Andrea, fratello fortunato. Di Angela, la tua splendida donna. Di Paolo, tuo amico per la pelle. E chi vuol adorarlo non lo deve cercare nei quartieri residenziali del cielo, ma negli occhi della gente. Di Carmelo, il pescatore. Di Bernardo, l'assassino. Di Giulio, il politico. Di Antonio, il vescovo. Di Luigi, che ha smarrito la ragione.
Pensa che bello: nulla sarà più straniero. Ogni terra dove poggeremo il piede la riconosceremo per una segreta memoria perché Lui l'avrà abitata. Ogni paese che lasceremo non lo abbandoneremo del tutto perché lasciamo Lui. Tutto lo spazio avrà il sapore di casa nostra, il profumo delle nostre radici. Non ci saranno più lontananze perché Lui si è messo in viaggio per il mondo.
Allora capiremo che questo è stato tutto un gioco per farci innamorare ancor di più di quell'Uomo. Allora capiremo che ha fatto finta d'andarsene.
Lo capiremo da questo: non avremo più paura. 

 don Marco Pozza
 

sabato 19 maggio 2012

Andromeda

Tornando per un momento a sollevare il naso in su, ieri Astronomy Picture of the Day ci ha regalato la più bella immagine di Andromeda che io abbia mai visto. Arriva dal satellite Galex (Galaxy Evolution Explorer) in ultravioletto. Essendo l'unica galassia visibile anche a occhio nudo (più o meno, in realtà, meglio usare almeno un binocolo) ha un fascino particolare.


venerdì 18 maggio 2012

Berlicche 14


Mio caro Malacoda,
la notizia più allarmante del tuo ultimo resoconto del paziente è che egli non ha nessuna di quelle risoluzioni piene di confidenza che segnarono la sia primitiva conversione. Non fa, mi pare, larghe promesse di virtù perpetua; neppure si aspetta una dotazione di grazia per tutta la vita, ma spera unicamente in una razione giornaliera e di ogni ora per andare incontro alla tentazione di ogni giorno e di ogni ora. 
Molto male! Secondo me, per il momento, c’è solo una cosa da fare. Il tuo paziente è diventato umile: glielo hai fatto notare? Tutte le virtù sono per noi meno pericolose una volta che l’uomo è consapevole di possederle, ma ciò è vero in particolare per l’umiltà. Sorprendilo nel momento che ha lo spirito veramente depresso, e contrabbanda nella sua mente la riflessione consolante “per Giove, ma io sono umile!”, e quasi immediatamente l’orgoglio (l’orgoglio della sua stessa umiltà) farà la sua apparizione. Se di accorge del pericolo e tenta di soffocare questa nuova forma di orgoglio, fallo inorgoglire del suo tentativo, e così di seguito, per tutte le fasi che vorrai. Ma non tentare ciò per lungo tempo, perché c’è pericolo di svegliare in lui il senso dell’umorismo e della proporzione. Nel qual caso ti riderà in faccia e andrà a dormire. 
Ma vi sono altri modi utili per fissargli l’attenzione sulla virtù dell’umiltà. Per mezzo di questa virtù il nostro Nemico vuol stornare l’attenzione dell’uomo dal proprio io per volgerla verso di sé e verso il prossimo. Tutta l’abiezione di sé e l’odio di sé vengono diretti, in fin dei conti, a questo scopo. E, fin quando non lo raggiungono, ci possono recare poco danno. Possono perfino esserci utili, se tengono l’uomo preoccupato di sé e, soprattutto, se il disprezzo per la propria persona può venir preso come punto di partenza per il disprezzo della persona degli altri, e di conseguenza per la musoneria, il cinismo e la crudeltà. 
Bisogna perciò che tu nasconda al paziente il vero scopo dell’umiltà. Non deve ritenerla dimenticanza di sé, ma una certa opinione (cioè una bassa opinione) dei suoi talenti e del suo carattere. Mi pare che alcuni talenti li abbia davvero. Piantagli in mente l’idea che l’umiltà consiste nello sforzarsi di credere che quei talenti valgono meno di quanto egli crede che valgano. Senza dubbio è vero che di fatto valgono meno di quanto crede, ma questo non ha importanza. Ha invece importanza fargli valutare un’opinione per un aspetto diverso della verità, introducendo in tal modo un elemento di disonestà e di pretesa nel cuore di ciò che minaccia di diventare una virtù. Con questo metodo migliaia di uomini sono stati indotti a pensare che l’umiltà significa donne carine che si sforzano di credersi brutte e uomini intelligenti che si sforzano di credersi sciocchi. E poichè quanto si sforzano di credere può essere, in qualche caso, una lampante assurdità, essi non possono riuscire a crederlo e noi abbiamo l’occasione di far girare loro la mente in un continuo girare su se stessa nello sforzo di raggiungere l’impossibile. Al fine di prevenire la strategia del Nemico dobbiamo considerare i suoi scopi. Ciò che il Nemico vuole è di portare l’uomo a uno stato mentale nel quale egli possa concepire la miglior cattedrale del mondo, e sapere che si tratta della migliore, e goderne, senza essere più (o meno) o altrimenti contento di averla fatta lui, che se fosse stata fatta da un altro. 
Il Nemico vuole che, alla fine, egli sia libero da ogni pregiudizio in suo favore, talmente libero da saper godere dei suoi propri talenti con la stessa franchezza e la stesa gratitudine che dei talenti del suo prossimo e della levata del sole, o di un elefante, o di una cascata. Vuole che, in fin dei conti, ogni uomo sia in grado di riconoscere tutte le creature (perfino se stesso) come cose gloriose ed eccellenti. Vuole distruggere al più presto il loro amor proprio naturale. Ma la sua lungimirante politica consiste nel fatto, temo, di ridonare loro un nuovo genere di amor proprio, una carità e una gratitudine per tutte le persone, compresa la propria. Quando avranno davvero imparato ad amare il prossimo come se stessi, sarà loro permesso di amare se stessi come il prossimo. 
Non dobbiamo mai dimenticare ciò che è il tratto repellente e inesplicabile del nostro Nemico: egli ama veramente quei bipedi spelati che ha creato e sempre restituisce con la destra ciò che ha tolto con la sinistra. 
Tutto il tuo sforzo consisterà dunque nel tener la mente dell’uomo lontana dall’argomento del suo valore. Egli preferisce che l’uomo si creda un grande architetto e un grande poeta e poi se ne dimentichi, anziché spendere molto tempo e molta fatica nello sforzarsi di essere un architetto o un poeta da nulla. I tuoi sforzi di instillare la vanagloria o la falsa modestia nel paziente saranno attaccati da parte del Nemico con il naturale suggerimento che, di solito, non si esige che un uomo abbia un’opinione dei suoi talenti, dal momento che può benissimo continuare a migliorarli al massimo senza decidere in quale precisa nicchia del tempio della Fama si trovi. 
Tu devi fare ogni sforzo per allontanare un tale suggerimento dalla consapevolezza del paziente. Il Nemico si sforzerà pure di rendere reale nella mente del paziente una dottrina che tutti gli uomini professano ma che riesce loro difficile conciliare con i sentimenti: la dottrina che essi non hanno creato se stessi, che i talenti sono stati dati loro, e che tanto varrebbe essere orgogliosi del colore dei capelli. Ma scopo del Nemico sarà sempre e con tutti i mezzi di tener la mente del paziente lontana da problemi del genere, e tuo scopo sarà di fissarvela in essi. 
Il Nemico non vuole neppure che pensi troppo ai suoi peccati. Una volta che se ne sia pentito, più presto volgerà l’attenzione al di fuori, e più compiaciuto sarà il Nemico.

Tuo affezionatissimo zio

Berlicche

sabato 12 maggio 2012

venerdì 11 maggio 2012

martedì 8 maggio 2012

Lune di Saturno

Anche Saturno ha numerose lune (una sessantina). Queste sono le più grandi e conosciute.

Rhea

Titano
 
Thetis

Encelado

domenica 6 maggio 2012

Lune di Giove

Giove ha in realtà 63 satelliti, ma sono per lo più asteroidi catturati dal gigante gassoso. Questi quattro sono i più grandi, e per dimensioni e caratteristiche somigliano ai pianeti terrestri (Mercurio, Venere, Terra e Marte).

Ganimede

Callisto

Europa

Io

sabato 5 maggio 2012

martedì 1 maggio 2012