giovedì 26 gennaio 2012

venite con me

Mc 1, 14-20

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea,

            Proviamo a vivere anche noi l’avventura di coloro che per primi conobbero Gesù e lo 
            seguirono, basandoci sul fatto che se Cristo è risorto, può coinvolgere anche noi come 
            ha coinvolto le persone che lo hanno incontrato nei giorni della sua vita terrena. Gesù 
            inizia il suo ministero in Galilea, la regione più settentrionale della Palestina. È una 
            regione multietnica e multiculturale. È anche la regione più lontana da Gerusalemme, 
            la Città Santa. La Galilea somiglia molto alle nostre città.
 

proclamando il vangelo di Dio,

            Marco il suo vangelo lo aveva iniziato così: ‘Inizio del vangelo di Gesù Cristo, figlio di Dio’. 
            È una sorta di titolo, e anche una dichiarazione di intenti, e insieme una definizione di 
            Gesù. Gesù stesso è il vangelo, il messaggio di Dio. Giovanni il Battista si era definito 
            come voce, ma Gesù è la Parola, la parola stessa di Dio. Quindi Gesù non è solo uno 
            che dice delle cose, ma è lui stesso le cose che dice, la loro realizzazione, il loro 
            compimento.

e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino;

            Le prime due cose che Gesù dice sono particolarmente importanti. Noi che tendiamo 
            a ridurre il vangelo a un messaggio morale, a indicazioni di comportamento, rischiamo 
            di scivolare subito alle cose che Gesù dice dopo: convertitevi e credete al vangelo, 
            perché sono le cose operative. Ma Gesù in primo luogo non è venuto a insegnarci 
            delle cose, ma a rivelarci delle cose. Le parole che dice (la Parola che dice) sono 
            ben di più che semplici insegnamenti e norme. Portano delle rivelazioni di cose che 
            non sapevamo ancora e che lui ci comunica. La prima rivelazione è ‘il tempo è 
            compiuto’. Il tempo si compie, arriva al suo culmine, al suo senso finale. Tutto 
            quello che è venuto prima si compie in questo momento. Un qualcosa di simile 
            si trova nel vangelo di Luca:

                        Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò 
                        a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». 
                        Lc 4, 20-21

                        Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da 
                        donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, 
                        perché ricevessimo l'adozione a figli. Gal 4, 4-5

            Noi abbiamo perso molto del senso di questa attesa, perché non viviamo più 
            aspettando il Messia come invece faceva (e fa ancora) il popolo di Israele.

                        Giovanni [il Battista], che era in carcere, avendo sentito parlare delle 
                        opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: “Sei tu 
                        colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?”. Gesù rispose: 
                        “Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi 
                        ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, 
                        i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata 
                        la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me”. mt 11, 2-6

            Ma anche se non viviamo più la grande attesa come Israele, sperimentiamo anche noi 
            nei confronti di Dio un’attesa non poi troppo diversa: aspettiamo ancora che si faccia 
            sentire, che dia un segno della sua esistenza e presenza. 


            E per molti la sua assenza diventa agnosticismo, oppure indifferenza verso un messaggio 
            che viene ritenuto poco significativo perché solo umano. Quello che propone Gesù è 
            invece una sua presenza reale, immediata, personale: il regno di Dio è vicino, perché 
            il regno è lui, Gesù stesso. Dio è vicino, sia nello spazio che nel tempo. Chi ha davanti 
            Gesù ha Dio davanti a sé.

convertitevi e credete nel Vangelo

            Ecco, ora è possibile dare un senso alle esortazioni operative che Gesù pronuncia. 
            È come se dicesse: io ho fatto la mia parte, sono venuto, ora tocca a voi. Solo davanti 
            alla presenza di Gesù-Parola ha senso la nostra risposta del convertirci. Convertirsi 
            significa infatti girarsi verso di lui, per poterlo seguire e incontrare. Ma se lui non ci fosse, 
            se non si fosse rivelato, come sapremmo verso dove girarci? E se Gesù stesso è il 
            vangelo, allora credere nel vangelo significa credere in lui, fidarsi di lui. Ecco allora 
            che convertirsi e credere al vangelo non sono più delle pie esortazioni religiose che 
            ci invitano a diventare vagamente migliori e a essere genericamente credenti. L’invito 
            che fa Gesù è di guardarlo e fidarsi di lui.

vide Simone e Andrea
venite dietro a me
subito lasciarono le reti e lo seguirono.

vide Giacomo e Giovanni
li chiamò
lasciarono il loro padre e andarono dietro a lui.


            Solo accettando che Gesù sia quello che è si capiscono le decisioni che prendono le 
            persone che per prime diventano suoi discepoli. Non hanno trovato solo uno che gli 
            diceva ‘cercate di fare i bravi’ o ‘comportatevi bene’. Si sono trovati davanti Dio stesso. 
            Sono dei comandi veri e propri quelli che Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni si 
            sentono rivolgere. E a questi comandi obbediscono, lasciando quello che stavano 
            facendo. Comincia a delinearsi il gruppo degli apostoli, quelli chiamati appositamente 
            da Gesù per svolgere un compito (vi farò diventare pescatori di uomini)

                        chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì 
                        Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare. Mc 3, 13-15

            Oltre agli apostoli vedremo i discepoli, coloro che di propria iniziativa decideranno di 
            seguire, in modi diversi, Gesù. E oltre a questi due gruppi, uno più definito, l’altro più 
            grande e generico, ci sarà poi la folla, tutte le persone che in qualche modo assisteranno, 
            fosse anche solo di sfuggita, agli eventi della vita di Gesù.
            Per non essere tagliati fuori dall’avventura, sarà interessante chiedersi: ma io, di quale 
            di questi gruppi faccio parte?






martedì 24 gennaio 2012

san Francesco di Sales

Nella creazione Dio comandò alle piante di produrre i loro frutti, ognuna «secondo la propria specie» (Gn 1, 11). Lo stesso comando rivolge ai cristiani, che sono le piante vive della sua Chiesa, perché producano frutti, ognuno secondo il suo stato e la sua condizione.
La
vita cristiana deve essere praticata in modo diverso dal gentiluomo, dall'artigiano, dal domestico, dal principe, dalla vedova, dalla donna non sposata e da quella coniugata. Ciò non basta; bisogna anche accordare la pratica della vita cristiana alle forze, agli impegni e ai doveri di ogni persona.
Dimmi, Filotea, sarebbe conveniente se il vescovo volesse vivere in una solitudine simile a quella dei certosini? E se le donne sposate non volessero possedere nulla come i cappuccini? Se l'artigiano passasse tutto il giorno in chiesa come il religioso e il religioso si esponesse a qualsiasi incontro per servire il prossimo come è dovere del vescovo? Questa
spiritualità non sarebbe ridicola, disordinata e inammissibile? Questo errore si verifica tuttavia molto spesso. No, Filotea, la spiritualità non distrugge nulla quando è sincera, ma anzi perfeziona tutto e, quando contrasta con gli impegni di qualcuno, è senza dubbio falsa.


L'ape trae il miele dai fiori senza sciuparli, lasciandoli intatti e freschi come li ha trovati. La vera spiritualità fa ancora meglio, perché non solo non reca pregiudizio ad alcun tipo di vocazione o di occupazione, ma al contrario vi aggiunge bellezza e prestigio. Tutte le pietre preziose, gettate nel miele, diventano più splendenti, ognuna secondo il proprio colore, così ogni persona si perfeziona nella sua vocazione, se l'unisce alla spiritualità. La cura della famiglia è resa più leggera, l'amore fra marito e moglie più sincero, il servizio del principe più fedele, e tutte le altre occupazioni più soavi e amabili.
È un errore, anzi un'eresia, voler escludere l'esercizio della
vita cristiana dall'ambiente militare, dalla bottega degli artigiani, dalla corte dei principi, dalle case dei coniugati. È vero, Filotea, che la spiritualità puramente contemplativa, monastica e religiosa può essere vissuta solo in questi stati, ma oltre a questi tre tipi di spiritualità, ve ne sono molti altri capaci di rendere perfetti coloro che vivono in condizioni secolari. Perciò dovunque ci troviamo, possiamo e dobbiamo aspirare alla vita perfetta.

san Francesco di Sales, Filotea


sabato 21 gennaio 2012

berlicche 10

Mio caro Malacoda, 
    ho saputo con grande piacere da Scarmiglione che il tuo paziente ha fatto alcune conoscenze molto desiderabili e che pare tu abbia adoperato questo nuovo evento in maniera veramente promettente. Mi sembra di capire che quei coniugi di mezza età che gli hanno fatto visita nel suo ufficio sono proprio quel genere di persone che noi desideriamo egli conosca: ricche, eleganti, superficialmente intellettuali e brillantemente scettiche intorno a ogni cosa che c’è nel mondo. Mi par di capire che siano perfino vagamente pacifisti, non per motivi morali, ma per una inveterata abitudine di minimizzare tutto ciò che interessa la gran massa dei loro simili e per uno spruzzo di comunismo puramente letterario e alla moda. Egregiamente!
E pare anche che tu abbia fatto buon uso di tutta la sua vanità sociale, sensuale e intellettuale. Fammi sapere qualcosa di più. Si è compromesso molto? Non intendo a parole. C’è un gioco sottile di sguardi, di toni, di riso, con il quale un mortale può far sottintendere che egli appartiene allo stesso partito di coloro con i quali sta parlando. Questo è il genere di tradimento che dovresti incoraggiare, perché il tuo giovanotto non lo comprende proprio bene neppure lui; e quando giungerà a comprenderlo tu gli avrai reso difficile il retrocedere. Senza dubbio capirà molto presto che la sua fede è in diretta opposizione ai principi sui quali si basa tutta la conversazione con i suoi nuovi amici. Non credo che ciò sia molto importante, purchè tu riesca a convincerlo a posporre ogni esplicito riconoscimento di questo fatto, cosa molto facile a ottenersi con l’aiuto della vergogna, dell’orgoglio, della modestia e della vanità. Finchè lo stato di attesa dura egli si troverà in una situazione falsa. Starà in silenzio quando dovrebbe parlare e riderà quando dovrebbe stare in silenzio. Dimostrerà, dapprima solo con il modo di fare, ma presto anche a parole, ogni sorta di atteggiamenti cinici e scettici che in realtà non sono suoi. Ma se lo saprai giocare bene, potranno diventare suoi. Tutti i mortali tendono a diventare ciò che pretendono di essere. È una cosa elementare. Il problema veramente importante è come prepararsi al contrattacco del nemico. Per prima cosa bisogna differire il più tardi possibile il momento nel quale egli si accorga che questo nuovo piacere è una tentazione. E, poiché i servi del Nemico hanno predicato per duemila anni del ‘mondo’ come di una delle grandi tentazioni tipo, ti sembrerà difficile farlo. Ma per fortuna negli ultimi decenni ne hanno parlato pochissimo. Negli scritti moderni dei cristiani, quantunque vi legga molto (anzi, più di quanto mi piaccia) riguardo a Mammona, scorgo ben poco degli antichi moniti sulla vanità del mondo, sulla scelta degli amici, sul valore del tempo. Il tuo paziente probabilmente classificherebbe tutto ciò come ‘puritanesimo’, e mi piace farti notare, a proposito, che il valore che abbiamo dato a quel termine è uno dei più sicuri trionfi che abbiamo ottenuto in questi ultimi cent’anni: per suo mezzo riscattiamo ogni anno centinaia di esseri umani dalla temperanza, dalla castità e dalla sobrietà della vita.
Presto o tardi, ad ogni modo, gli si presenterà chiara la vera natura dei suoi nuovi amici, e allora la tua tattica dovrà adattarsi all’intelligenza del tuo paziente. Se è sufficientemente sciocco farai in modo che comprenda il carattere dei suoi amici soltanto quando sono assenti. La loro presenza spazzerà poi via ogni critica. Se si riesce in ciò, lo si può indurre a vivere, come so che molti esseri umani vivono, due vite parallele, e per un periodo di tempo considerevole. Non soltanto sembrerà, ma sarà di fatto un uomo diverso in ciascuno dei circoli che frequenta. Se ciò non riesce c’è un modo più sottile e divertente: lo si può indurre a godere positivamente nell’accorgersi che le due parti della sua vita sono contraddittorie. Ciò si ottiene sfruttando la sua vanità. Gli si può insegnare a godere di inginocchiarsi la domenica vicino al suo droghiere proprio perché egli ricorda che il droghiere non ha neppure la possibilità di capire il mondo scanzonato con il quale egli si è intrattenuto il sabato sera; e, al contrario, a godere della conversazione pornografica e blasfema durante il caffè con i suoi amici con tanto maggior gusto in quanto consapevole di un mondo ‘più profondo e spirituale’ che c’è nel suo intimo e che essi non comprendono. Tu capisci di che si tratta: i suoi amici mondani lo toccano da una parte e il droghiere dall’altra, mentre lui è l’uomo completo, equilibrato e complesso che li comprende tutti fino in fondo. Così, mentre si comporterà da traditore in permanenza di almeno due gruppi di persone, proverà invece di vergogna una continua segreta corrente di compiacimento di sé. Da ultimo, se tutto il resto non otterrà nessun effetto, lo potrai convincere, sfidando la coscienza, a continuare a frequentare i nuovi conoscenti adducendo come pretesto che, in qualche modo non ben definito, egli sta facendo del ‘bene’ a quella gente per il solo fatto di bere i loro cocktail e di ridere delle loro arguzie, e che troncare questo modo di comportarsi sarebbe ‘fare lo schizzinoso’, essere ‘intollerante’ e (naturalmente) ‘puritano’.  Nel frattempo prenderai naturalmente la precauzione ovvia di far sì che questo nuovo sviluppo lo induca a spendere più di quanto può disporre, e a trascurare il suo lavoro e sua madre. La gelosia, l’allarme di costei, la crescente evasività e villania da parte di lui, saranno un elemento impagabile per l’aggravamento della tensione domestica.

Tuo affezionatissimo zio

Berlicche

lunedì 16 gennaio 2012

buon compleanno!


comedonCamillo oggi compie un anno 
e saluta tutti coloro che sono passati a trovarlo
:-) 
grazie!


questa settimana sarò a Susa a fare qualche giorno di esercizi spirituali, tornerò venerdì sera.
buona settimana a tutti!

don Tonino

domenica 15 gennaio 2012

dove abiti?

Gv 1, 35-42   

Giovanni (è Giovanni il Battista, non l’evangelista) stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!».

        Il Battista compie la sua missione: indica Gesù, in modo che chi lo ascolta lo possa seguire. 
        Ma lo indica in un modo particolare: non lo chiama per nome ma attraverso un titolo, agnello 
        di Dio, che è un po’ misterioso, e richiede una spiegazione. L’espressione richiama due testi 
        dell’Antico Testamento:


               Il Signore disse a Mosè e ad Aronne in terra d’Egitto: «Questo mese sarà per voi 
               l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno. Parlate a tutta la comunità 
               d’Israele e dite: “Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, 
               un agnello per casa …. Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell’anno 
               … tutta l’assemblea della comunità d’Israele lo immolerà al tramonto. Preso un po’ 
               del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case nelle quali lo 
               mangeranno. Es 12, 1-7

               Maltrattato, si lasciò umiliare
               e non aprì la sua bocca;
               era come agnello condotto al macello,
               come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
               e non aprì la sua bocca.
               Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
               chi si affligge per la sua posterità?
               Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
               per la colpa del mio popolo fu percosso a morte.
               Gli si diede sepoltura con gli empi,
               con il ricco fu il suo tumulo,
               sebbene non avesse commesso violenza
               né vi fosse inganno nella sua bocca.
               Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
               Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione,
               vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
               si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
               Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
               e si sazierà della sua conoscenza;
               il giusto mio servo giustificherà molti,
               egli si addosserà le loro iniquità.
               Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
               dei potenti egli farà bottino,
               perché ha spogliato se stesso fino alla morte
               ed è stato annoverato fra gli empi,
               mentre egli portava il peccato di molti
               e intercedeva per i colpevoli. Is 53, 7-12

        Il primo testo viene completato e chiarito dal secondo, che a sua volta è una profezia che si 
        realizza in Gesù. Non so se Andrea e l’altro discepolo fossero in grado di capire al volo questo 
        riferimento che fa il Battista, perché l’identificazione di Gesù con l’agnello sacrificato 
        e con il servo sofferente ha richiesto molto tempo prima di essere espressa, tanto che gli ebrei 
        tuttora non danno una interpretazione messianica al testo di Isaia, ma lo riferiscono al popolo 
        di Israele, mentre la comprensione di Gesù come agnello sacrificato è arrivata solo dopo la sua 
        morte. I due però sono discepoli del Battista, e da lui avranno certamente sentito  molti 
        riferimenti a ‘colui che doveva venire’, che ora viene identificato con l’agnello di Dio:

               Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte 
               di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo 
               e fuoco. Mt 3, 11

               Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor 
               loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con 
               acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci 
               dei sandali. Lc 3, 15-16

        Per ora si fidano del Battista, molto tempo dopo capiranno il senso di questi richiami profetici 
        (agnello dell’esodo – il servo-agnello immolato – Gesù in croce).

E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». 

 
        Domanda che apre grandi spazi di riflessione e spiritualità. Che cosa cerco? Se tra le tante 
        cose che cerco c’è anche l’incontro con Dio, ora tramite Gesù è possibile, ma se cerco altro, 
        anche se Dio si rende raggiungibile rischierei di non incontrarlo.

Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?».

        Giovanni l’evangelista, oltre a scrivere per cristiani che sono già relativamente lontani dal 
        tempo di Gesù, scrive anche per cristiani distanti dai suoi luoghi, e quindi anche dalla sua 
        lingua. Quando Giovanni scrive sono passati già una settantina di anni dagli eventi, e i 
        cristiani sono già sparsi per molti territori dell’Impero Romano. Quindi Giovanni deve 
        anche spiegare alcuni termini, in particolare per i lettori non ebrei.
        Al di là di questi particolari tecnici, la cosa più importante in questo dialogo è il tipo di
        domanda che i due fanno a Gesù. Non è una preghiera di richiesta per sè stessi 
        (ti cercavo perchè avevo bisogno di...), ma un desiderio di conoscenza: 'dove abiti?'. 
        Non concentrano l'attenzione sulle proprie esigenze, ma su di lui, su chi è, su quello che fa, 
        sul dove vive, quasi esprimendo un desiderio di andare a vivere con lui. 
        Non dimentichiamo che sono due discepoli del Battista, e essere discepoli, in ambito ebraico, 
        esigeva di stare sempre con il proprio maestro, di vivere quasi con lui.

Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.  

        Gesù invita a verificare di persona. State con me e vedrete. Noi tendiamo a fare il contrario: 
        prima vedere e poi decidere se stare con lui. Gesù chiede di sperimentare la confidenza con 
        lui, e in base a quella poi decidere. Se venite con me vedrete, se non venite con me non 
        vedrete.


Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro.

        Chi è l’altro? Non lo sappiamo. Un’ipotesi è che sia lo stesso Giovanni, che ama nascondersi 
        a volte nel racconto. Come osservazione più spirituale, questo è uno dei testi in cui compare 
        uno o più discepoli ‘senza nome’, in cui ciascuno si può identificare per inserirsi 
        personalmente nell’evento dell’incontro con Gesù:

               …due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus … uno di loro, di 
               nome Clèopa... Lc 24, 13-18
               …si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di 
               Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli... Gv 21, 1-2

Egli incontrò per primo suo fratello Simone 

        L'esperienza dell'incontro con il Signore è una di quelle cose grandi che non si possono 
        tenere per sè, bisogna andarlo a dire a qualcuno. In questo caso anche per permettere ad 
        altri di incontrare chi è importante per noi. Andrea va subito a dirlo a Simone.  

e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù.


        Un’altra traduzione, che però per noi richiede una spiegazione, perché è una traduzione 
        dall’ebraico al greco, mentre noi parliamo in italiano. Nella traduzione italiana il nome ‘Cristo’ 
        è stato lasciato com’è perché è il titolo con cui anche noi chiamiamo Gesù, ma anche questo 
        titolo diventato ormai nome proprio ha un significato specifico. Messia (mashiah) in ebraico 
        significa ‘unto, consacrato’ (perché la consacrazione di una persona avveniva attraverso una 
        unzione con olio), quindi dire di uno ‘unto’ significava esprimere la sua consacrazione a Dio. 
        Ma ‘unto’ in greco si traduce con ‘christòs’ (da chrìo, ungere), quindi il nome ‘Cristo’ 
        significa Messia, unto, consacrato, ed è appunto un titolo di identità. Per Gesù, il santo per 
        eccellenza, il titolo è diventato parte del nome stesso: Gesù Cristo, nome con il quale lo 
        conosciamo.
        Lo stesso nome ‘Gesù’ non è una traduzione, ma una traslitterazione del nome ebraico Yeshùa 
        (o Yeshu nella pronuncia galilaica), che significa ‘Dio salva’ (da Yah, abbreviazione del nome 
        di Dio Yahweh, e shùa, salva). Questo ci aiuta a cogliere il motivo della scelta di questo nome 
        (molto comune) per il figlio di Dio. Nel testo così come è stato tradotto in italiano si perde con
        il gioco di parole il significato stesso del nome:
               lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati. Mt 1, 21
        Traducendo in modo un po’ grossolano il testo ebraico, per rendere il gioco di parole, 
        verrebbe fuori:
               ‘lo chiamerai Diosalva: egli infatti salverà...’
        Oppure, usando un nome per noi più comune (ma che non contiene più il nome di Dio):
               ‘lo chiamerai Salvatore: egli infatti salverà...’
        Quindi il nome ebraico completo del figlio di Dio era Yeshùa Mashiah, mentre nella 
        traduzione greca è diventato Iesous Christòs, che invece di essere tradotto nelle diverse 
        lingue con il suo significato (in italiano sarebbe Dio-Salva il consacrato) è rimasto così, 
        e nelle varie lingue viene traslitterato e riproposto con variazioni dovute alla pronuncia 
        e alterazioni intervenute nel tempo.

Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

        Andrea invita suo fratello Simone a conoscere Gesù. Gesù gli cambia nome e lo chiama 
        Kefa, che in aramaico significa ‘pietra’. Kefa viene tradotto in greco con il corrispondete 
        ‘Petros’, da cui Pietro in italiano.

giovedì 12 gennaio 2012

berlicche 9

Mio caro Malacoda,
spero che la mia ultima lettera ti abbia convinto che la fase depressiva di ottusità o di aridità che il tuo paziente sta ora attraversando non ti può dare, per se stessa, la sua anima, ma deve essere sfruttata convenientemente. Ora voglio considerare le forme che dovrebbe prendere lo sfruttamento.
In primo luogo ho sempre visto che il periodo di depressione dell’ondulazione umana offre un’occasione eccellente per tutte le tentazione sensuali, in particolar modo per quelle che hanno relazione col sesso. Ciò può recarti sorpresa, perché naturalmente l’energia fisica e perciò l’appetito potenziale sono maggiori nei periodi dell’elevazione che non in quelli della depressione. Ma devo ricordare che allora anche le forze della resistenza sono al massimo grado. La salute e la vivacità che tu hai bisogno di usare nel produrre la libidine, possono anche, ahimè, essere usate molto facilmente per il lavoro, per il gioco, per il pensiero, per un divertimento innocuo. L’attacco ha una ben più grande possibilità di successo quanto tutto il mondo interiore dell’uomo è grigio, freddo, vuoto. E si deve inoltre notare che la sessualità della depressione possiede una qualità sottilmente diversa da quella della elevazione, che vi sono minori probabilità di dirigerla a quel fenomeno di acqua e latte che gli umani chiamano ‘essere innamorati’, che si può molto più facilmente trascinare alla perversione, che è molto meno contaminata da quelle qualità concomitanti, generose e colme di immaginazione e perfino di spiritualità, che spesso rendono la sessualità umana fonte di tante disillusioni. Lo stesso avviene con desideri della carne di altro genere. È molto più probabile che ti riesca a fare un ubriacone del tuo giovanotto spingendolo al bere come a un qualcosa di calmante quando è stanco e insensibile che non incoraggiandolo a usarne come un mezzo per stare allegro con i suoi amici quando è felice ed espansivo.
Non dimenticare mai che quando stiamo trattando con il piacere, con qualsiasi piacere, nella sua forma sana e normale e soddisfacente, siamo in un certo senso sul terreno del Nemico. So benissimo che abbiamo guadagnato un buon numero di anime attraverso il piacere. Tuttavia il piacere è una invenzione sua, non nostra. I piaceri li ha inventati lui. Finora tutte le nostre ricerche non ci hanno resi capaci di produrne neppure uno. Tutto quanto ci è dato di fare è di incoraggiare gli umani a servirsi dei piaceri che il Nemico ha prodotto, nei tempi, nei modi o nella misura che egli ha proibito. Per cui noi ci sforziamo sempre di allontanare dalla condizione naturale del piacere per far scivolare in quella che è meno naturale, che ha meno l’odore del suo Fattore, che è mano piacevole. La formula è questa: una brama che aumenta continuamente per un piacere che continuamente diminuisce. È più sicuro, è stile migliore per noi. Impossessarsi dell’anima dell’uomo e non dargli nulla in cambio, ecco quello che riempie di gioia il cuore di Nostro Padre. E i momenti di depressione sono i momenti nei quali cominciare il processo. Ma c’è una maniera ancora maggiore per sfruttare la depressione: fare in modo che il paziente ci pensi. Come sempre, il primo passo consiste nel tener lontano la sua mente dalla conoscenza. Non bisogna permettere che abbia neppure un sospetto sulla legge dell’ondulazione. Fagli credere che i primi ardori della sua conversione si sarebbe potuto attendere che continuassero, che avrebbero dovuto continuare, e che la sua attuale aridità è anch’essa una condizione permanente. Una volta che lui si sia ben fissata nella mente questa concezione errata, puoi continuare in vari modi. Tutto dipende dalla classe alla quale appartiene il tuo uomo. Può appartenere alla classe di coloro che facilmente si scoraggiano e quindi essere preso per disperazione, oppure alla classe di coloro che sono pieni di desideri, ai quali si può infondere la sicurezza che tutto va bene. La prima classe si fa sempre più smilza tra gli esseri umani. Se per caso il tuo paziente vi appartenesse, allora tutto è facile. Le sole cose da farsi sono di non fargli incontrare cristiani sperimentati (compito facile oggigiorno), di guidare la sua attenzione ai brani adatti della scrittura, e poi di metterlo al lavoro nell’impresa disperata di risentire i suoi vecchi sentimenti unicamente con la forza della volontà, e il gioco è fatto. Se invece è un tipo speranzoso il tuo lavoro consisterà nel farlo star tranquillo nella bassa temperatura del suo presente stato di spirito e di assuefarlo a poco a poco, infondendo la persuasione che dopo tutto la temperatura non è poi tanto bassa. In una settimana o due gli metterai il dubbio che forse nei primi giorni della sua vita cristiana egli era un pochino eccessivo. Parlagli della ‘moderazione in tutto’. Se ti accadrà di condurlo al punto di pensare che la religione va bene, sì, ma ‘fino a un certo punto’, potrai sentirti felicissimo nei riguardi della sua anima. Per noi la religione moderata vale quanto una religione nulla, ed è più divertente.
Vi è anche la possibilità di un attacco diretto alla sua fede. Una volta che sarai riuscito a fargli ritenere che il periodo di depressione è permanente, perché non potrai convincerlo che la sua ‘fase religiosa’ sta morendo, proprio come tutte le sue altre fasi precedenti? Naturalmente non si può concepire che sia ragionevole passare alla proposizione: “sto perdendo interesse per questa cosa” alla proposizione “questa cosa è falsa”. Ma come ho già detto, è sul gergo, non sulla ragione che ti devi appoggiare. La stessa parola ‘fase’ potrà molto probabilmente raggiungere lo scopo. Ritengo che quella creatura sia passata prima attraverso molte fasi (lo hanno fatto tutte) e che si senta sempre superiore e in una posizione di compassione protettrice verso quegli stati d’animo dai quali è uscita, non perché ne abbia fatto una vera critica, ma perché semplicemente sono nel passato.
(Io confido che tu continui a riempirlo ben bene delle vaghe idee di progresso e di sviluppo e di ‘punto di vista storico’, e che gli faccia leggere una quantità di biografie moderne, nelle quali le persone di cui si parla escono sempre da fasi, vero?).

Tuo affezionatissimo zio

                                                                                                                                                        Berlicche