domenica 25 dicembre 2011

buon Natale


…lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.

È facile rappresentarsi la scena della nascita di Gesù secondo il nostro immaginario occidentale, o secondo l’iconografia tradizionale che si è creata intorno al Natale (il presepe, la grotta, il bue, l’asinello…). Ma è sempre meglio cercare di attenersi al testo evangelico e, se vogliamo immaginarci la scena, almeno farlo in modo che sia il più realistica possibile. Allora scopriremo che nei testi evangelici ci sono delle sorprese interessanti: ad esempio non si parla né di grotta, né di bue, né di asino. A dire il vero non si parla neppure di una stalla, o almeno il richiamo a un posto dove ci sono degli animali porta con sé delle scene diverse da come ci potremmo immaginare. E a ben vedere non si dice neppure che la nascita di Gesù sia avvenuta di notte. Date un’occhiata al testo in modo attento e troverete delle sorprese. Io mi limito a fermarmi su un paio parole.


Alloggio
Nel testo originario in greco, la parola che usa Luca è katalyma. Il termine ha un significato riferito all’abitazione: può significare casa, camera, alloggio. Spesso in italiano è stato tradotto con ‘albergo’ o ‘locanda’, ma Luca, quando parla di locanda o albergo, usa un’altra parola: pandokeion (Lc 10, 34, parabola del buon Samaritano). La parola katalyma la usa in una sola altra occasione, e anche lì il riferimento è a un'abitazione privata: in 22,11 è la stanza in cui avverrà l’ultima cena. Le testimonianze archeologiche dimostrano come spesso le case della gente del popolo fossero divise in due locali, uno più in basso, usato come magazzino e ricovero per gli animali, e uno un po’ più rialzato destinato ad abitazione vera e propria. Quest'ultimo è il katalyma. Ho visto alcune di queste case in scavi archeologici in Israele. Giuseppe va con la moglie a Betlemme perché è il luogo di origine del suo casato, ed è credo realistico supporre che a Betlemme avesse qualche parente, per cui, tenendo conto anche dello stile mediorientale di aprire la propria casa a qualunque ospite, tanto più se parente, mi sembra poco credibile che i due sposi fossero andati a cercare un albergo o una locanda. È vero che è possibile che si fossero predisposti dei centri di accoglienza per i nuovi arrivati in occasione del censimento, ma mi sembra più credibile che i residenti a Betlemme avranno messo a disposizione le loro case ai parenti arrivati da lontano. Solo che questo portava a carenze di spazi, non c’era più posto nel katalyma, nella stanza principale, per cui si saranno utilizzati tutti i locali disponibili, anche i magazzini e i ricoveri degli animali. Che però non sono stalle, almeno non secondo la nostra accezione di ‘abitazioni degli animali’, ma locali in cui rinchiudere provvisoriamente gli animali stessi in caso di maltempo o durante la notte (cosa che non succedeva tra l’altro neppure sempre: nel racconto successivo alla nascita di Gesù i pastori vegliano all’aperto a guardia del gregge). Quindi, c’è poco spazio in casa dei parenti di Giuseppe, Maria sta per partorire, quindi che si fa? I due sposi vengono ospitati nel magazzino-stalla nella casa stessa, non in una grotta in mezzo alle montagne. Matteo, raccontando la visita dei Magi, in 2, 11 usa il termine oikian, cioè casa, non grotta, né stalla, né capanna.



Mangiatoia
Il termine che Luca usa è fatne. La traduzione è mangiatoia. Ma cosa si intende per mangiatoia? Da noi la mangiatoia o greppia è la parte della stalla che contiene il fieno o il mangime dato gli animali perché possano mangiare. Ma noi abbiamo inverni lunghi, e gli animali hanno bisogno di un posto fisso che li protegga e di un posto fisso per mangiare. Nell’ambiente mediorientale questo vincolo è molto meno forte. Gli animali hanno bisogno al più di un ricovero dove passare la notte, ma non necessariamente di una greppia da riempire di fieno. Inoltre la necessità di far seccare l’erba in estate per conservarla come fieno per l’inverno c’è solo in luoghi con inverni freddi come i nostri. A Betlemme e dintorni non si usava, per quel che ne so, seccare il fieno e darlo agli animali. Quindi non serviva neppure una greppia dove metterlo perché gli animali mangiassero. Quindi cosa sarà mai allora questa mangiatoia? Padre Innocenzo Gargano, monaco camaldolese, ha fatto notare una cosa che mi sembra interessante. È possibile che più che la mangiatoia degli animali quello di cui si parla qui fosse la ‘mangiatoia’ degli abitanti della casa, un posto pulito usato per contenere o conservare i cibi o il pane; oppure ancor meglio qualcosa di mobile, la bisaccia, il sacco, usato per metterci la scorta di cibo per il viaggio. Non dimentichiamo che Giuseppe e Maria arrivano da Nazareth, che è a circa 130 km da Betlemme. Allora perché non pensare la possibilità che il bambino sia stato messo nel posto più pulito che avevano a disposizione in quel momento, mentre erano stipati in quella stanza usata come magazzino e ricovero degli animali? Giuseppe o Maria prendono la cesta, la bisaccia, il sacco delle provviste, del pane (che ormai arrivati a Betlemme erano finite), e ci mettono dentro il bambino. Poteva essere anche una cassa o un contenitore per cibi, ma c’era il problema dell’impurità del parto, che si estendeva a tutto ciò che Maria avesse toccato, per cui mi sembra più plausibile che i genitori del bambino scegliessero qualcosa di loro proprietà, piuttosto che contaminare una parte della casa che li stava ospitando. Questa lettura della mangiatoia come sacco o cesta o contenitore del cibo, in particolare del pane, porta con sé una serie di suggestioni spirituali interessanti. Dio che si fa uomo, nasce in un minuscolo paesino che si chiama Betlemme, che significa ‘casa del pane’, e viene messo forse dentro la bisaccia del pane, lui che si donerà agli uomini come Pane nell’Eucarestia. Quella stessa Eucarestia che nella messa viene riproposta e messa a disposizione dei fedeli ogni domenica perché l’Emma-nu-el, il Dio-con-noi lo possano incontrare e vedere e anche mangiare per portarlo con sé nella vita di tutti i giorni.

Buon Natale a tutti!

venerdì 23 dicembre 2011

lo so

...che non ho postato più niente da martedì, ma questi giorni per noi preti sono un po' impegnativi :-)
buoni preparativi per un buon Natale a tutti i miei 5 lettori!
Chi mi conosce sa quanto amo la chitarra, anche se non la so suonare, 
quindi vi regalo questa dolce melodia natalizia:

domenica 18 dicembre 2011

avvento 4


Volesse il cielo 
che il Signore si degnasse di scuotere anche me
dal sonno della mia mediocrità
e di accendermi talmente della sua divina carità
che mai più in me questo fuoco si estinguesse!
Volesse il cielo che la mia lucerna
risplendesse continuamente di notte nel tempio del mio Dio,
sì da poter illuminare tutti quelli
che entrano nella casa del mio Signore!
Dio Padre, ti prego,
donami quella carità che non viene mai meno,
perché la mia lucerna si mantenga sempre accesa, né mai si estingua:
arda per me, brilli per gli altri.


Degnati, o Cristo, di accendere le nostre lucerne: 
brillino continuamente nel tuo tempio
e siano alimentate sempre da te che sei la luce eterna;
siano rischiarati gli angoli oscuri del nostro spirito
e fuggano da noi le tenebre del mondo.
Fa’ che io guardi, contempli e desideri solo te;
te solo ami e solo te attenda nel più ardente desiderio.
E il mio desiderio si spenga in te 
e al tuo cospetto la mia lucerna continuamente brilli e arda.
Degnati di mostrarti a noi che bussiamo,
perché conoscendoti amiamo solo te, 
te solo desideriamo,
Degnati di infonderci un amore così grande,
quale si conviene a te che sei Dio,
perché il tuo amore pervada tutto il nostro essere interiore
e ci faccia completamente tuoi.
In questo modo non saremo capaci di amare
altra cosa all’infuori di te, che sei eterno,
e la nostra carità non potrà essere estinta
dalle molte acque di questo cielo,
di questa terra e di questo mare.
Possa questo avverarsi con il tuo aiuto,
anche per noi, Signore. Amen.

                                                                                    san Colombano, ‘Istruzioni’ 


lunedì 12 dicembre 2011

avvento 3

In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete (Gv 1, 26)

Eterna verità
e vera carità
e cara eternità!
Tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte.
Appena ti ho conosciuto mi hai sollevato in alto
perché vedessi ciò che da solo
non sarei mai stato in grado di vedere.
Hai abbagliato la debolezza della mia vista,
splendendo potentemente dentro di me.
Mi trovavo lontano come in una terra straniera,
dove mi pareva di udire la tua voce dall’alto che diceva:
“Io sono il cibo dei forti, cresci e mi avrai.
Tu non trasformerai me in te, come fa il cibo del corpo,
ma sarai tu ad essere trasformato in me”.

volto di Giovanni Battista, chiesa di san Romano, Roma

Cercavo il modo di procurarmi la forza sufficiente per godere di te,
e non la trovavo, finchè non ho conosciuto l’Uomo Cristo Gesù.
Egli mi chiamò e mi disse: “Io sono la via, la verità e la vita”,
e unì quel cibo, che io non ero capace di prendere, al mio essere.
Così la tua sapienza, per mezzo della quale hai creato ogni cosa,
si rendeva alimento della nostra debolezza di bambini.
Tardi ti ho amato,
bellezza antica e tanto nuova,
tardi ti ho amato!
Tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo
e mi avventavo sulle cose belle da te create.
Eri con me e io non ero con te.
Mi tenevano lontano da te quelle creature
che se non fossero in te neppure esisterebbero.
Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità.
Mi hai abbagliato, mi hai folgorato,
e finalmente hai guarito la mia cecità.
Hai soffiato su di me il tuo profumo e io l’ho respirato,
e ora desidero te.
Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te.
Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace.

Agostino di Ippona, Confessioni


giovedì 8 dicembre 2011

berlicche 8


Mio caro Malacoda,
dunque tu nutri “grandi speranze che la fase religiosa del paziente stia morendo”? Io sono sempre stato dell’opinione che la scuola di tirocinio fosse bell’e spacciata da quando Ciriatto Sannuto vi fu messo a capo, e ora ne sono sicuro. Nessuno ti ha mai detto qualcosa sulla legge dell’Ondulazione?
Gli esseri umani sono anfibi, mezzo spirito e mezzo animale (La risoluzione del Nemico di produrre un ibrido talmente ributtante fu una delle cose che decisero Nostro Padre a ritirargli il suo appoggio): come spiriti essi appartengono al mondo dell’eternità, ma come animali sono abitatori del tempo. Ciò significa che, mentre il loro spirito può essere diretto verso un oggetto eterno, il loro corpo, le passioni e l’immaginazione sono in continuo divenire, poiché essere nel tempo significa mutare. Perciò la cosa che più li avvicina alla costanza è l’ondulazione, cioè il ripetuto ritorno a un livello dal quale ripetutamente si allontanano, in una serie di depressioni e di elevazioni. Se tu avessi osservato il tuo paziente avresti scorto questa ondulazione in ogni settore della sua vita: l’interesse per il lavoro, l’affetto verso gli amici, gli appetiti fisici, tutto va su e giù.
Finchè egli vivrà sulla terra, periodi di ricchezza e di vivacità emotiva e corporale si alterneranno a periodi di torpore e di povertà. La fase di aridità e di ottusità che il tuo paziente sta ora attraversando non sono, come tu scioccamente supponi, effetto della tua abilità. Sono puri fenomeni naturali che non ci apporteranno utilità alcuna, a meno che tu non li sappia usare bene.
Per decidere quale sia il miglior uso che ne puoi fare, devi chiederti qual è l’uso che desidera farne il Nemico, e poi agire all’opposto. Ora, può essere una sorpresa per te venire a sapere che nei suoi sforzi di impossessarsi per sempre di un’anima, egli si basa sulle depressioni ancor più che sulle elevazioni. Alcuni dei suoi speciali favoriti sono passati attraverso depressioni più lunghe e più profonde di qualsiasi altro. La ragione è questa: per noi un essere umano è innanzitutto cibo. Nostro scopo è l’assorbimento della sua volontà nella nostra, e l’aumento, a sue spese, della nostra area di egoismo. Ma l’obbedienza che il Nemico chiede all’uomo è cosa del tutto diversa. Bisogna guardare in faccia l fatto che tutto quel parlare intorno al suo amore per gli uomini, e intorno al suo servizio come perfetta libertà non è (come si vorrebbe allegramente credere) pura propaganda, ma una terribile verità. Egli vuole proprio riempire l’universo di una quantità di nauseanti piccole imitazioni di se stesso; creature la cui vita, in miniatura, sarà qualitativamente come la sua, non perché egli li assorbirà, ma perché le loro volontà si conformeranno liberamente alla sua. Noi vogliamo mandrie che finiranno per diventare cibo, egli vuole servi che diverranno, infine, figli. Noi vogliamo assorbire, egli vuol concedere in abbondanza. Noi siamo vuoti e vorremmo riempirci, egli possiede la pienezza e trabocca. La nostra guerra ha per scopo un mondo nel quale il Nostro Padre Laggiù abbia attratto a sé tutti gli altri esseri, il Nemico vuole un mondo pieno di esseri uniti a lui ma sempre distinti.
Ed è qui che le depressioni entrano in gioco. Ti sarai domandato spesso perché il Nemico non fa maggior uso del suo potere di essere sensibilmente presente alle anime umane in qualsiasi grado egli scelga e in ogni momento. Ma ora tu vedi che l’Irresistibile e l’Indiscutibile sono le due armi che la natura stessa del suo schema gli proibisce di usare. Il semplice dominare la volontà umana sarebbe inutile per lui. Egli non può rapire, può soltanto corteggiare. Infatti ha l’ignobile idea di mangiare la torta e insieme di conservarla. Le creature devono essere una sola cosa con lui, ma intanto devono rimanere se stesse. Puramente annullarle o assimilarle non serve. È pronto a dominare un pochino all’inizio. Le metterà in moto con comunicazioni della sua presenza che, quantunque deboli, sembrano grandi per loro, con emozioni dolci e facendo loro superare facilmente le tentazioni. Ma non permette mai che questo stato di cose duri a lungo. Presto o tardi ritira, non di fatto ma dalla loro esperienza consapevole, tutti i sostegni e gli incentivi. Lascia che la creatura stia in piedi con le sue stesse gambe, a compiere puramente con la volontà doveri che hanno perduto ogni gusto. È durante tali periodi che la creatura diventa di quel genere che egli desidera che sia. Quindi le preghiere offerte in uno stato di aridità sono quelle che più gli sono gradite. Noi possiamo trascinare i nostri pazienti con una continua tentazione perché noi li destiniamo solo alla tavola, e maggiori saranno le interferenze con la loro volontà e meglio sarà. Egli invece non può tentare alla virtù come noi tentiamo al vizio. Egli vuole che essi imparino a camminare, e perciò deve tirare via la mano. E purchè ci sia veramente la volontà di camminare, egli sembra gradire perfino il loro inciampare. Non ingannarti, Malacoda, la nostra causa non è mai in maggior pericolo di quando un essere umano, senza più desiderio ma ancora con l’intenzione di fare la volontà del nostro Nemico, si guarda intorno e scorge un universo dal quale ogni traccia di lui sembra essere svanita, e si chiede perché è stato abbandonato, e tuttavia continua a obbedire.
Ma naturalmente le depressioni offrono opportunità anche alla nostra parte. La prossima settimana ti darà alcune indicazioni di come sfruttarle.

Tuo affezionatissimo zio

Berlicche

domenica 4 dicembre 2011

avvento 2


Viene dopo di me colui che è più forte di me (Mc 1, 7)

Il motivo principale per cui, nell'antica Legge, era lecito interrogare Dio ed era giusto che i sacerdoti e i profeti desiderassero visioni e rivelazioni divine, è che la fede non era ancora fondata e la legge evangelica non ancora stabilita. Era quindi necessario che si interrogasse Dio e che Dio rispondesse con parole o con visioni e rivelazioni, con figure e simboli o con altri mezzi d'espressione. Egli infatti rispondeva, parlava o rivelava misteri della nostra fede, o verità che ad essa si riferivano o ad essa conducevano.
Ma ora che la fede è basata in Cristo e la legge evangelica è stabilita in quest'era di grazia, non è più necessario consultare Dio, né che egli parli o risponda come allora. Infatti donandoci il Figlio suo, ch'è la sua unica e definitiva Parola, ci ha detto tutto in una sola volta e non ha più nulla da rivelare.
Questo è il senso genuino del testo in cui san Paolo vuole indurre gli Ebrei a lasciare gli antichi modi di trattare con Dio secondo la legge mosaica, e a fissare lo sguardo solamente in Cristo: «Dio che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1). Con queste parole l'Apostolo vuol far capire che Dio è diventato in un certo senso muto, non avendo più nulla da dire, perché quello che un giorno diceva parzialmente per mezzo dei profeti, l'ha detto ora pienamente dandoci tutto nel Figlio suo.
 
 
Perciò chi volesse ancora interrogare il Signore e chiedergli visioni o rivelazioni, non solo commetterebbe una stoltezza, ma offenderebbe Dio, perché non fissa il suo sguardo unicamente in Cristo e va cercando cose diverse e novità. Dio infatti potrebbe rispondergli: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo» (Mt 17,5). Se ti ho già detto tutto nella mia Parola ch'è il mio Figlio e non ho altro da rivelare, come posso risponderti o rivelarti qualche altra cosa? Fissa lo sguardo in lui solo e vi troverai anche più di quanto chiedi e desideri: in lui ti ho detto e rivelato tutto. Dal giorno in cui sul Tabor sono disceso con il mio Spirito su di lui e ho proclamato: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo» (Mt 17, 5), ho posto fine ai miei antichi modi di insegnare e rispondere e ho affidato tutto a lui. Ascoltatelo, perché ormai non ho più argomenti di fede da rivelare, né verità da manifestare. Se prima ho parlato, era unicamente per promettere il Cristo e se gli uomini mi hanno interrogato, era solo nella ricerca e nell'attesa di lui, nel quale avrebbero trovato ogni bene, come ora attesta tutto l'insegnamento degli evangelisti e degli apostoli.

san Giovanni della Croce, «Salita al monte Carmelo»