martedì 28 giugno 2011

due figli


Un uomo aveva due figli.

Il minore

Il figlio minore disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta” … Pochi giorni dopo … partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto.

Il figlio giovane non si trova bene con il padre. Vuole andarsene. Vuole essere libero. In questo figlio giovane credo ci possiamo riconoscere un po’ tutti, in particolare nella nostra adolescenza e gioventù. E questo allontanamento dal padre richiama sia l’allontanamento dai genitori sia l’allontanamento da Dio. L’uomo vuole essere libero, autonomo, possibilmente senza regole, senza limitazioni. O quantomeno le regole vuole scegliersele da solo.
Il figlio giovane se ne va lontano dal padre. Ma con i beni del padre. Anche quando vogliamo vivere liberi e lontani da Dio inevitabilmente ci teniamo i beni che vengono da lui. La nostra salute, il nostro tempo, la nostra intelligenza, le nostre capacità, il mondo in cui viviamo e la vita stessa.

Quando ebbe speso tutto … cominciò a trovarsi nel bisogno.

In realtà si trovava nel bisogno anche prima, ma aveva il necessario per soddisfarlo. La sua vita ‘libera e indipendente’ in realtà è vincolata ai beni da cui dipende.

Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla.

Il figlio che non voleva essere servo lo diventa per forza. E se prima almeno era ‘servo’ di suo padre ora è servo di un porcaio. Persino ai maiali danno da mangiare più che a lui.

Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!

Era uscito non solo dalla famiglia ma anche da se stesso. E il motivo del ritorno non è particolarmente eccelso ed elevato: ha fame. I suoi bisogni lo guidavano prima, i suoi bisogni continuano a guidarlo. Solo che prima aveva di che soddisfarli, ora no.

Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te;

È una dichiarazione pensata e convinta o sta cercando le parole che servano a farlo riaccogliere a casa? Le parole che dice subito dopo inducono a pensare che, pur mettendosi in discussione, non abbia ancora compreso le cose essenziali:


non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Non sono degno di essere figlio. Trattami come un servo. Ecco la cosa che hanno in comune il figlio maggiore e quello minore, pur così diversi. Lo vedremo.
Il minore, illuso di poter vivere autonomamente rispetto al padre agli altri, si rende conto che senza il padre e senza gli altri non si può vivere. Crolla la prima illusione: io mi gestisco da solo.
Ora occorre che crolli la seconda illusione: il padre come antagonista, nemico.

Suo padre

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.

Queste azioni del padre richiamano le azioni del buon samaritano:

…lo vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Lc 12, 33-34

“Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”.

Il padre non lo lascia finire. Non gli lascia dire ‘trattami come uno dei tuoi servi’. Non vuole lasciarglielo dire, perché quello è suo figlio, non sarà mai un servo.


Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

‘Questo mio figlio era morto’: ecco la risposta alla frase che il minore aveva preparato (non sono più degno di essere chiamato tuo figlio). Il padre lo afferma, e lo afferma davanti a tutti i servi: lui è figlio.

Dovremo tornare sul comportamento del padre, ma ora vediamo l’altro figlio che fa.

Il maggiore

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo.

Come il minore sintetizza gli atteggiamenti dei giovani, così il maggiore riassume quelli degli anziani. O se vogliamo, come il giovane riassume gli atteggiamenti della cultura liberale, così il maggiore riassume quelli della cultura conservatrice. Più religiosa, più devota, più condiscendente verso il padre. Ma in fondo altrettanto lontana da lui. Anzi, mentre il minore, pur allontanandosi, non smette di rivolgersi al genitore chiamandolo padre, il maggiore non lo chiama mai così.

Ma egli rispose a suo padre:  “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando,

È la definizione del perfetto fedele, del perfetto suddito, del perfetto soldato, del perfetto schiavo. Ma non di un figlio.

Ma ora che è tornato questo tuo figlio, che ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”.

Il maggiore non è figlio, ma servo. Quindi il minore non è suo fratello (‘questo tuo figlio’). Se io non sono figlio non sono neppure fratello. Questa mi pare una delle chiavi di volta di questa parabola, insieme con la rottura dell’immagine distorta del padre. È come se il Signore ci dicesse: ‘Voi non vi comportate da fratelli perché non avete ancora capito che siete figli’. Allora il minore che è in noi si dimentica dell’altro. E il maggiore che è in noi è invidioso dell’altro. D’altra parte questa distorsione dei rapporti tra i fratelli è generata dalla distorsione dei rapporti con il padre: se il padre è mio nemico, anche il fratello è mio nemico.


Suo padre

Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo;

Di nuovo la risposta all’affermazione del figlio (stavolta il maggiore) che dice: ‘io ti servo e non ho mai disubbidito’. Il padre risponde chiamandolo ‘figlio’, non servo. E anche il possesso delle cose, che il figlio-servo rivendica perché non lo sente suo, per il padre è la conseguenza del legame personale: tutto ciò che è mio è tuo. Sembra paradossalmente che il maggiore, che pure è figlio, non si renda conto di ciò che questo implica (tutto è suo) e si fermi a rivendicare delle cose che sono già in suo possesso. Perché? Perché anche in lui c’è un’idea distorta del padre: lo vede come vorrebbe essere lui: prepotente, potente, egoista. Se lui fosse il padre sarebbe uno che vuole tenersi tutto per sé. Lui pensa che il padre sia così e lo sente nemico. Come del resto anche l’altro figlio.

In questo rapporto tra i due figli e il padre si intravede lo scopo della parabola: farci vedere che abbiamo un’immagine distorta di Dio. Lo vediamo proiettando in lui i nostri atteggiamenti. Se noi fossimo Dio faremmo valere il nostro potere, il nostro comando, la nostra autorità. Verso i cattivi, ovviamente, cioè verso coloro che non la pensano come noi. Quindi Dio deve essere così: potente, autoritario, severo verso i malvagi, cioè quelli che gli disobbediscono. Quindi devo averne paura, tenermelo buono, assecondarlo, servirlo (figlio maggiore). Oppure devo cercare di liberarmene, di fuggire da lui (figlio minore).

Ma il padre non è così. Tutti gli atteggiamenti dei due figli verso il padre riflettono non la realtà, ma l’idea che loro si sono fatti del padre: fondamentalmente autoritario. E agiscono di conseguenza. Ma se andiamo a rileggere gli atteggiamenti del padre verso di loro emerge qualcosa di profondamente diverso:

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.
Non è l’atteggiamento di un despota, di un tiranno. Non è la reazione di uno che pur essendo contento del ritorno del figlio è intenzionato a far valere la sua autorità. Credo che ciascuno di noi, se avesse un figlio che si mangia l’eredità con i divertimenti e poi torna solo perché ha fame, pur essendo contento di averlo ritrovato troverebbe certo il modo di fargli pesare quello che ha fatto.
il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi.
Questo passaggio è il più interessante: non solo il padre è contento che il figlio sia tornato, ma lo fa rientrare a pieno titolo nel suo status di figlio (il vestito più bello e i sandali ai piedi, per distinguerlo dai servi salariati). Ma non basta, fa una cosa stranissima: gli fa mettere l’anello al dito. L’anello con il simbolo della famiglia che serviva per firmare e autenticare i documenti ufficiali. Il padre dà al figlio l’autorità sulla casa!
Il figlio maggiore … si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo.
Come era uscito incontro al minore, si scomoda e esce incontro al maggiore, addirittura a supplicarlo.
ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso.
Questo è il massimo dell’ingiustizia, per il maggiore. Perché il maggiore, come del resto anche noi, si comporta da contabile, da amministratore, da ragioniere (cioè da dipendente, da salariato): il minore ha sperperato i beni, quindi deve essere ‘giustiziato’, cioè trattato con giustizia, cioè punito. Quello che il padre fa il maggiore non riesce a capirlo. Perché non riesce a considerarsi come figlio, e neppure a considerare come figlio del padre suo fratello. Tra padre e figlio non si fanno i calcoli, ci si vuole bene. E chi vuole bene non sta a calcolare dare e avere, entrate e uscite. Ama e basta. Questo il padre lo sa fare bene, i due figli no.
Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo
…e tu non te ne sei mai accorto, mi hai sempre considerato come un padrone…

ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

L’altro è tuo fratello. Perché tutti e due siete miei figli. Qualunque cosa facciate rimanete miei figli. Se vi allontanate rimanete miei figli. Se mi servite invece di amarmi, siete comunque miei figli. Se avete paura di me invece di volermi bene, siete comunque miei figli. Se siete malvagi e fate del male, siete comunque miei figli…


Un esercizio che può essere utile: mettersi al posto dei personaggi della parabola.

Se sono il figlio minore (i giovani):
sono ancora a casa ma desidero la libertà? Sto meditando di andarmene? O mi so già allontanando? O sono lontanissimo e sto bene così? O sono lontanissimo e non sto bene? O sto cercando disperatamente qualcosa che sazi la mia fame (fosse anche mettermi ad allevare porci)? O sto meditando il ritorno? O sto già tornando?

Se sono il figlio maggiore (gli adulti, gli anziani):
sono sempre stato a casa, ho sempre osservato le regole e i comandi del padre? Davvero? Oppure quando ho potuto, pur senza avere il coraggio di allontanarmi, ho cercato di violarle almeno di nascosto? Oppure pur osservando formalmente le regole dentro di me avrei voluto essere come l’altro fratello? Oppure ho osservato regole e comandi non tanto per convinzione ma perché questo mi dava loro sicurezza e identità?

Questo esercizio lo possiamo fare anche con le persone che conosciamo: a che punto sono della loro vita?

Ultima osservazione: e se il minore fosse tornato a casa e invece del padre avesse trovato ad aspettarlo il fratello maggiore?

lunedì 20 giugno 2011

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