domenica 25 dicembre 2011

buon Natale


…lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.

È facile rappresentarsi la scena della nascita di Gesù secondo il nostro immaginario occidentale, o secondo l’iconografia tradizionale che si è creata intorno al Natale (il presepe, la grotta, il bue, l’asinello…). Ma è sempre meglio cercare di attenersi al testo evangelico e, se vogliamo immaginarci la scena, almeno farlo in modo che sia il più realistica possibile. Allora scopriremo che nei testi evangelici ci sono delle sorprese interessanti: ad esempio non si parla né di grotta, né di bue, né di asino. A dire il vero non si parla neppure di una stalla, o almeno il richiamo a un posto dove ci sono degli animali porta con sé delle scene diverse da come ci potremmo immaginare. E a ben vedere non si dice neppure che la nascita di Gesù sia avvenuta di notte. Date un’occhiata al testo in modo attento e troverete delle sorprese. Io mi limito a fermarmi su un paio parole.


Alloggio
Nel testo originario in greco, la parola che usa Luca è katalyma. Il termine ha un significato riferito all’abitazione: può significare casa, camera, alloggio. Spesso in italiano è stato tradotto con ‘albergo’ o ‘locanda’, ma Luca, quando parla di locanda o albergo, usa un’altra parola: pandokeion (Lc 10, 34, parabola del buon Samaritano). La parola katalyma la usa in una sola altra occasione, e anche lì il riferimento è a un'abitazione privata: in 22,11 è la stanza in cui avverrà l’ultima cena. Le testimonianze archeologiche dimostrano come spesso le case della gente del popolo fossero divise in due locali, uno più in basso, usato come magazzino e ricovero per gli animali, e uno un po’ più rialzato destinato ad abitazione vera e propria. Quest'ultimo è il katalyma. Ho visto alcune di queste case in scavi archeologici in Israele. Giuseppe va con la moglie a Betlemme perché è il luogo di origine del suo casato, ed è credo realistico supporre che a Betlemme avesse qualche parente, per cui, tenendo conto anche dello stile mediorientale di aprire la propria casa a qualunque ospite, tanto più se parente, mi sembra poco credibile che i due sposi fossero andati a cercare un albergo o una locanda. È vero che è possibile che si fossero predisposti dei centri di accoglienza per i nuovi arrivati in occasione del censimento, ma mi sembra più credibile che i residenti a Betlemme avranno messo a disposizione le loro case ai parenti arrivati da lontano. Solo che questo portava a carenze di spazi, non c’era più posto nel katalyma, nella stanza principale, per cui si saranno utilizzati tutti i locali disponibili, anche i magazzini e i ricoveri degli animali. Che però non sono stalle, almeno non secondo la nostra accezione di ‘abitazioni degli animali’, ma locali in cui rinchiudere provvisoriamente gli animali stessi in caso di maltempo o durante la notte (cosa che non succedeva tra l’altro neppure sempre: nel racconto successivo alla nascita di Gesù i pastori vegliano all’aperto a guardia del gregge). Quindi, c’è poco spazio in casa dei parenti di Giuseppe, Maria sta per partorire, quindi che si fa? I due sposi vengono ospitati nel magazzino-stalla nella casa stessa, non in una grotta in mezzo alle montagne. Matteo, raccontando la visita dei Magi, in 2, 11 usa il termine oikian, cioè casa, non grotta, né stalla, né capanna.



Mangiatoia
Il termine che Luca usa è fatne. La traduzione è mangiatoia. Ma cosa si intende per mangiatoia? Da noi la mangiatoia o greppia è la parte della stalla che contiene il fieno o il mangime dato gli animali perché possano mangiare. Ma noi abbiamo inverni lunghi, e gli animali hanno bisogno di un posto fisso che li protegga e di un posto fisso per mangiare. Nell’ambiente mediorientale questo vincolo è molto meno forte. Gli animali hanno bisogno al più di un ricovero dove passare la notte, ma non necessariamente di una greppia da riempire di fieno. Inoltre la necessità di far seccare l’erba in estate per conservarla come fieno per l’inverno c’è solo in luoghi con inverni freddi come i nostri. A Betlemme e dintorni non si usava, per quel che ne so, seccare il fieno e darlo agli animali. Quindi non serviva neppure una greppia dove metterlo perché gli animali mangiassero. Quindi cosa sarà mai allora questa mangiatoia? Padre Innocenzo Gargano, monaco camaldolese, ha fatto notare una cosa che mi sembra interessante. È possibile che più che la mangiatoia degli animali quello di cui si parla qui fosse la ‘mangiatoia’ degli abitanti della casa, un posto pulito usato per contenere o conservare i cibi o il pane; oppure ancor meglio qualcosa di mobile, la bisaccia, il sacco, usato per metterci la scorta di cibo per il viaggio. Non dimentichiamo che Giuseppe e Maria arrivano da Nazareth, che è a circa 130 km da Betlemme. Allora perché non pensare la possibilità che il bambino sia stato messo nel posto più pulito che avevano a disposizione in quel momento, mentre erano stipati in quella stanza usata come magazzino e ricovero degli animali? Giuseppe o Maria prendono la cesta, la bisaccia, il sacco delle provviste, del pane (che ormai arrivati a Betlemme erano finite), e ci mettono dentro il bambino. Poteva essere anche una cassa o un contenitore per cibi, ma c’era il problema dell’impurità del parto, che si estendeva a tutto ciò che Maria avesse toccato, per cui mi sembra più plausibile che i genitori del bambino scegliessero qualcosa di loro proprietà, piuttosto che contaminare una parte della casa che li stava ospitando. Questa lettura della mangiatoia come sacco o cesta o contenitore del cibo, in particolare del pane, porta con sé una serie di suggestioni spirituali interessanti. Dio che si fa uomo, nasce in un minuscolo paesino che si chiama Betlemme, che significa ‘casa del pane’, e viene messo forse dentro la bisaccia del pane, lui che si donerà agli uomini come Pane nell’Eucarestia. Quella stessa Eucarestia che nella messa viene riproposta e messa a disposizione dei fedeli ogni domenica perché l’Emma-nu-el, il Dio-con-noi lo possano incontrare e vedere e anche mangiare per portarlo con sé nella vita di tutti i giorni.

Buon Natale a tutti!

venerdì 23 dicembre 2011

lo so

...che non ho postato più niente da martedì, ma questi giorni per noi preti sono un po' impegnativi :-)
buoni preparativi per un buon Natale a tutti i miei 5 lettori!
Chi mi conosce sa quanto amo la chitarra, anche se non la so suonare, 
quindi vi regalo questa dolce melodia natalizia:

domenica 18 dicembre 2011

avvento 4


Volesse il cielo 
che il Signore si degnasse di scuotere anche me
dal sonno della mia mediocrità
e di accendermi talmente della sua divina carità
che mai più in me questo fuoco si estinguesse!
Volesse il cielo che la mia lucerna
risplendesse continuamente di notte nel tempio del mio Dio,
sì da poter illuminare tutti quelli
che entrano nella casa del mio Signore!
Dio Padre, ti prego,
donami quella carità che non viene mai meno,
perché la mia lucerna si mantenga sempre accesa, né mai si estingua:
arda per me, brilli per gli altri.


Degnati, o Cristo, di accendere le nostre lucerne: 
brillino continuamente nel tuo tempio
e siano alimentate sempre da te che sei la luce eterna;
siano rischiarati gli angoli oscuri del nostro spirito
e fuggano da noi le tenebre del mondo.
Fa’ che io guardi, contempli e desideri solo te;
te solo ami e solo te attenda nel più ardente desiderio.
E il mio desiderio si spenga in te 
e al tuo cospetto la mia lucerna continuamente brilli e arda.
Degnati di mostrarti a noi che bussiamo,
perché conoscendoti amiamo solo te, 
te solo desideriamo,
Degnati di infonderci un amore così grande,
quale si conviene a te che sei Dio,
perché il tuo amore pervada tutto il nostro essere interiore
e ci faccia completamente tuoi.
In questo modo non saremo capaci di amare
altra cosa all’infuori di te, che sei eterno,
e la nostra carità non potrà essere estinta
dalle molte acque di questo cielo,
di questa terra e di questo mare.
Possa questo avverarsi con il tuo aiuto,
anche per noi, Signore. Amen.

                                                                                    san Colombano, ‘Istruzioni’ 


lunedì 12 dicembre 2011

avvento 3

In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete (Gv 1, 26)

Eterna verità
e vera carità
e cara eternità!
Tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte.
Appena ti ho conosciuto mi hai sollevato in alto
perché vedessi ciò che da solo
non sarei mai stato in grado di vedere.
Hai abbagliato la debolezza della mia vista,
splendendo potentemente dentro di me.
Mi trovavo lontano come in una terra straniera,
dove mi pareva di udire la tua voce dall’alto che diceva:
“Io sono il cibo dei forti, cresci e mi avrai.
Tu non trasformerai me in te, come fa il cibo del corpo,
ma sarai tu ad essere trasformato in me”.

volto di Giovanni Battista, chiesa di san Romano, Roma

Cercavo il modo di procurarmi la forza sufficiente per godere di te,
e non la trovavo, finchè non ho conosciuto l’Uomo Cristo Gesù.
Egli mi chiamò e mi disse: “Io sono la via, la verità e la vita”,
e unì quel cibo, che io non ero capace di prendere, al mio essere.
Così la tua sapienza, per mezzo della quale hai creato ogni cosa,
si rendeva alimento della nostra debolezza di bambini.
Tardi ti ho amato,
bellezza antica e tanto nuova,
tardi ti ho amato!
Tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo
e mi avventavo sulle cose belle da te create.
Eri con me e io non ero con te.
Mi tenevano lontano da te quelle creature
che se non fossero in te neppure esisterebbero.
Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità.
Mi hai abbagliato, mi hai folgorato,
e finalmente hai guarito la mia cecità.
Hai soffiato su di me il tuo profumo e io l’ho respirato,
e ora desidero te.
Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te.
Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace.

Agostino di Ippona, Confessioni


giovedì 8 dicembre 2011

berlicche 8


Mio caro Malacoda,
dunque tu nutri “grandi speranze che la fase religiosa del paziente stia morendo”? Io sono sempre stato dell’opinione che la scuola di tirocinio fosse bell’e spacciata da quando Ciriatto Sannuto vi fu messo a capo, e ora ne sono sicuro. Nessuno ti ha mai detto qualcosa sulla legge dell’Ondulazione?
Gli esseri umani sono anfibi, mezzo spirito e mezzo animale (La risoluzione del Nemico di produrre un ibrido talmente ributtante fu una delle cose che decisero Nostro Padre a ritirargli il suo appoggio): come spiriti essi appartengono al mondo dell’eternità, ma come animali sono abitatori del tempo. Ciò significa che, mentre il loro spirito può essere diretto verso un oggetto eterno, il loro corpo, le passioni e l’immaginazione sono in continuo divenire, poiché essere nel tempo significa mutare. Perciò la cosa che più li avvicina alla costanza è l’ondulazione, cioè il ripetuto ritorno a un livello dal quale ripetutamente si allontanano, in una serie di depressioni e di elevazioni. Se tu avessi osservato il tuo paziente avresti scorto questa ondulazione in ogni settore della sua vita: l’interesse per il lavoro, l’affetto verso gli amici, gli appetiti fisici, tutto va su e giù.
Finchè egli vivrà sulla terra, periodi di ricchezza e di vivacità emotiva e corporale si alterneranno a periodi di torpore e di povertà. La fase di aridità e di ottusità che il tuo paziente sta ora attraversando non sono, come tu scioccamente supponi, effetto della tua abilità. Sono puri fenomeni naturali che non ci apporteranno utilità alcuna, a meno che tu non li sappia usare bene.
Per decidere quale sia il miglior uso che ne puoi fare, devi chiederti qual è l’uso che desidera farne il Nemico, e poi agire all’opposto. Ora, può essere una sorpresa per te venire a sapere che nei suoi sforzi di impossessarsi per sempre di un’anima, egli si basa sulle depressioni ancor più che sulle elevazioni. Alcuni dei suoi speciali favoriti sono passati attraverso depressioni più lunghe e più profonde di qualsiasi altro. La ragione è questa: per noi un essere umano è innanzitutto cibo. Nostro scopo è l’assorbimento della sua volontà nella nostra, e l’aumento, a sue spese, della nostra area di egoismo. Ma l’obbedienza che il Nemico chiede all’uomo è cosa del tutto diversa. Bisogna guardare in faccia l fatto che tutto quel parlare intorno al suo amore per gli uomini, e intorno al suo servizio come perfetta libertà non è (come si vorrebbe allegramente credere) pura propaganda, ma una terribile verità. Egli vuole proprio riempire l’universo di una quantità di nauseanti piccole imitazioni di se stesso; creature la cui vita, in miniatura, sarà qualitativamente come la sua, non perché egli li assorbirà, ma perché le loro volontà si conformeranno liberamente alla sua. Noi vogliamo mandrie che finiranno per diventare cibo, egli vuole servi che diverranno, infine, figli. Noi vogliamo assorbire, egli vuol concedere in abbondanza. Noi siamo vuoti e vorremmo riempirci, egli possiede la pienezza e trabocca. La nostra guerra ha per scopo un mondo nel quale il Nostro Padre Laggiù abbia attratto a sé tutti gli altri esseri, il Nemico vuole un mondo pieno di esseri uniti a lui ma sempre distinti.
Ed è qui che le depressioni entrano in gioco. Ti sarai domandato spesso perché il Nemico non fa maggior uso del suo potere di essere sensibilmente presente alle anime umane in qualsiasi grado egli scelga e in ogni momento. Ma ora tu vedi che l’Irresistibile e l’Indiscutibile sono le due armi che la natura stessa del suo schema gli proibisce di usare. Il semplice dominare la volontà umana sarebbe inutile per lui. Egli non può rapire, può soltanto corteggiare. Infatti ha l’ignobile idea di mangiare la torta e insieme di conservarla. Le creature devono essere una sola cosa con lui, ma intanto devono rimanere se stesse. Puramente annullarle o assimilarle non serve. È pronto a dominare un pochino all’inizio. Le metterà in moto con comunicazioni della sua presenza che, quantunque deboli, sembrano grandi per loro, con emozioni dolci e facendo loro superare facilmente le tentazioni. Ma non permette mai che questo stato di cose duri a lungo. Presto o tardi ritira, non di fatto ma dalla loro esperienza consapevole, tutti i sostegni e gli incentivi. Lascia che la creatura stia in piedi con le sue stesse gambe, a compiere puramente con la volontà doveri che hanno perduto ogni gusto. È durante tali periodi che la creatura diventa di quel genere che egli desidera che sia. Quindi le preghiere offerte in uno stato di aridità sono quelle che più gli sono gradite. Noi possiamo trascinare i nostri pazienti con una continua tentazione perché noi li destiniamo solo alla tavola, e maggiori saranno le interferenze con la loro volontà e meglio sarà. Egli invece non può tentare alla virtù come noi tentiamo al vizio. Egli vuole che essi imparino a camminare, e perciò deve tirare via la mano. E purchè ci sia veramente la volontà di camminare, egli sembra gradire perfino il loro inciampare. Non ingannarti, Malacoda, la nostra causa non è mai in maggior pericolo di quando un essere umano, senza più desiderio ma ancora con l’intenzione di fare la volontà del nostro Nemico, si guarda intorno e scorge un universo dal quale ogni traccia di lui sembra essere svanita, e si chiede perché è stato abbandonato, e tuttavia continua a obbedire.
Ma naturalmente le depressioni offrono opportunità anche alla nostra parte. La prossima settimana ti darà alcune indicazioni di come sfruttarle.

Tuo affezionatissimo zio

Berlicche

domenica 4 dicembre 2011

avvento 2


Viene dopo di me colui che è più forte di me (Mc 1, 7)

Il motivo principale per cui, nell'antica Legge, era lecito interrogare Dio ed era giusto che i sacerdoti e i profeti desiderassero visioni e rivelazioni divine, è che la fede non era ancora fondata e la legge evangelica non ancora stabilita. Era quindi necessario che si interrogasse Dio e che Dio rispondesse con parole o con visioni e rivelazioni, con figure e simboli o con altri mezzi d'espressione. Egli infatti rispondeva, parlava o rivelava misteri della nostra fede, o verità che ad essa si riferivano o ad essa conducevano.
Ma ora che la fede è basata in Cristo e la legge evangelica è stabilita in quest'era di grazia, non è più necessario consultare Dio, né che egli parli o risponda come allora. Infatti donandoci il Figlio suo, ch'è la sua unica e definitiva Parola, ci ha detto tutto in una sola volta e non ha più nulla da rivelare.
Questo è il senso genuino del testo in cui san Paolo vuole indurre gli Ebrei a lasciare gli antichi modi di trattare con Dio secondo la legge mosaica, e a fissare lo sguardo solamente in Cristo: «Dio che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1). Con queste parole l'Apostolo vuol far capire che Dio è diventato in un certo senso muto, non avendo più nulla da dire, perché quello che un giorno diceva parzialmente per mezzo dei profeti, l'ha detto ora pienamente dandoci tutto nel Figlio suo.
 
 
Perciò chi volesse ancora interrogare il Signore e chiedergli visioni o rivelazioni, non solo commetterebbe una stoltezza, ma offenderebbe Dio, perché non fissa il suo sguardo unicamente in Cristo e va cercando cose diverse e novità. Dio infatti potrebbe rispondergli: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo» (Mt 17,5). Se ti ho già detto tutto nella mia Parola ch'è il mio Figlio e non ho altro da rivelare, come posso risponderti o rivelarti qualche altra cosa? Fissa lo sguardo in lui solo e vi troverai anche più di quanto chiedi e desideri: in lui ti ho detto e rivelato tutto. Dal giorno in cui sul Tabor sono disceso con il mio Spirito su di lui e ho proclamato: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo» (Mt 17, 5), ho posto fine ai miei antichi modi di insegnare e rispondere e ho affidato tutto a lui. Ascoltatelo, perché ormai non ho più argomenti di fede da rivelare, né verità da manifestare. Se prima ho parlato, era unicamente per promettere il Cristo e se gli uomini mi hanno interrogato, era solo nella ricerca e nell'attesa di lui, nel quale avrebbero trovato ogni bene, come ora attesta tutto l'insegnamento degli evangelisti e degli apostoli.

san Giovanni della Croce, «Salita al monte Carmelo»
 

mercoledì 30 novembre 2011

mission to mars

http://apod.nasa.gov/apod/
Sabato da Cape Canaveral è partito l'Atlas V con a bordo il rover Curiosity, diretto verso Marte. 
L'arrivo è pervisto per il 5 agosto 2012.



 Curiosity mi ricorda un po' questo:


Chi non è più proprio giovincello riconoscerà Numero 5 di Corto Circuito (1986)

domenica 27 novembre 2011

avvento

Se tu squarciassi i cieli e scendessi! (Is 63, 19)

Sù, misero mortale, fuggi via per breve tempo dalle tue occupazioni, lascia per un po' i tuoi pensieri tumultuosi. Allontana in questo momento i gravi affanni e metti da parte le tue faticose attività. Attendi un poco a Dio e riposa in lui. Entra nell'intimo della tua anima, escludi tutto tranne Dio e quello che ti aiuta a cercarlo, e, richiusa la porta, cercalo. O mio cuore, dì ora con tutto te stesso, dì ora a Dio: Cerco il tuo volto. «Il tuo volto, Signore, io cerco» (Sal 26, 8).
Signore Dio mio, insegna al mio cuore dove e come cercarti, dove e come trovarti. Signore, se tu non sei qui, dove cercherò te assente? Se poi sei dappertutto, perché mai non ti vedo presente? Ma tu certo abiti in una luce inaccessibile. E dov'è la luce inaccessibile, o come mi accosterò a essa? Chi mi condurrà, chi mi guiderà a essa si che in essa io possa vederti? Inoltre con quali segni, con quale volto ti cercherò? O Signore Dio mio, mai io ti vidi, non conosco il tuo volto. 
Che cosa farà, o altissimo Signore, questo esule, che è così distante da te, ma che a te appartiene? Che cosa farà il tuo servo tormentato dall'amore per te e gettato lontano dal tuo volto? Anela a vederti e il tuo volto gli è troppo discosto. Desidera avvicinarti e la tua abitazione è inaccessibile. Brama trovarti e non conosce la tua dimora. Si impegna a cercarti e non conosce il tuo volto.


Signore, tu sei il mio Dio, tu sei il mio Signore e io non ti ho mai visto. Tu mi hai creato e ricreato, mi hai donato tutti i miei beni, e io ancora non ti conosco. Io sono stato creato per vederti e ancora non ho fatto ciò per cui sono stato creato. Ma tu, Signore, fino a quando ti dimenticherai di noi, fino a quando distoglierai da noi il tuo sguardo? Quando ci guarderai e ci esaudirai? Quando illuminerai i nostri occhi e ci mostrerai la tua faccia? Quando ti restituirai a noi? Guarda, Signore, esaudisci, illuminaci, mostrati a noi. Ridonati a noi perché ne abbiamo bene: senza di te stiamo male. Abbi pietà delle nostre fatiche, dei nostri sforzi verso di te: non valiamo nulla senza te.
Insegnami a cercarti e mostrati quando ti cerco: non posso cercarti se tu non mi insegni, né trovarti se non ti mostri. Che io ti cerchi desiderandoli e ti desideri cercandoti, che io ti trovi amandoti e ti ami trovandoti.

sant'Anselmo, vescovo - Proslogion

mercoledì 16 novembre 2011

talenti


Mt 25, 14-30

un uomo, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
La parola ‘talento’ è passata nell’uso comune per indicare le doti o capacità di una persona. Il talent scout è colui che va a cercare persone con doti particolari per lanciarle nel mondo dello spettacolo o della televisione. In una lettura superficiale, i talenti di questa parabola sono stati appunto identificati con le doti personali, da cui l’interpretazione moralistica e un po’ infantile: Dio ci ha dato dei talenti, delle doti, e dobbiamo svilupparli, non nasconderli. Come sempre però credo che Gesù volesse comunicare e rivelare qualcosa di più. Un primo indizio di questo è il termine ‘talento’ che Gesù usa.
Il talento, come la mina, è una «moneta di conto», cioè un’unità monetaria che non esiste in realtà ma alla quale si fa riferimento per calcolare somme di grande quantità. Fra l’altro essi hanno dato il nome a due parabole specifiche, fra loro simili. Il talento attico, di cui parlano i Vangeli, si divideva in sessanta mine, ognuna delle quali valeva cento denari … si è calcolato che in quindici anni un lavoratore poteva guadagnare un talento in tutto... 
(Cesare Pasini. Le monete di Dio)
Per semplificare e per dare l’idea di come il talento indicasse una cifra altissima, enorme, potremmo dire che un talento corrisponde a ‘un milione’ (come quello del Signor Bonaventura, che i diversamente giovani come me ricorderanno).


Questa enorme cifra sono tutte le risorse che abbiamo a disposizione (quindi non solo i talenti personali, ma anche il tempo, la salute, l’intelligenza, le risorse energetiche, la vita stessa…). Come già ho detto in altre occasioni, nessuna di queste cose può essere considerata come veramente nostra. Sono realtà che ci siamo trovati, e ciascuno ne ha una quantità diversa rispetto agli altri. Sono il capitale iniziale che ci è stato affidato. Un capitale enorme. Una enorme responsabilità. Una enorme fiducia da parte del padrone nei confronti dei suoi servi.

colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Come accade spesso nelle parabole, i diversi protagonisti riassumono i diversi atteggiamenti, con i quali possiamo confrontarci per chiederci a quale somigliamo di più.

Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”.
La stessa cosa fa colui che aveva ricevuto due talenti. Hanno considerato questi talenti come cosa propria, tanto che si sono impegnati per svilupparli, si sono dati da fare. Ma nello stesso tempo sono consapevoli che non sono cosa loro. Entrambi dal padrone si sentono dire le stesse parole:

“Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco,
Il secondo indizio che rivela che Gesù sta parlando di qualcosa di più grande delle sole doti personali è questa parola: poco. Poco? Cinque/due talenti sono poco? Neppure un talento solo è poco. Se tutte le risorse che abbiamo a disposizione sono ‘poco’ cosa sarà il ‘molto’?

ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Il padrone coinvolge il servo nella sua gioia. Questo è il molto. È la vita eterna, la vita-con-Dio, la cui porta è stata aperta da Gesù e che ci è stata ricordata dalla parabola delle dieci ragazze. È la vita-con-lui intesa come matrimonio vero e proprio, in cui lo sposo e la sposa diventano ‘padroni’ insieme di tutto.
(Isacco, abate del monastero della Stella)
Una sorta di eterna comunione dei beni. Questo è l’orizzonte di Gesù, che a volte noi, anche noi cristiani, dimentichiamo per limitarci a considerare la sola vita attuale.
Terzo indizio: ‘Sei stato fedele’, sono le parole che Gesù mette in bocca al padrone. Il termine ‘fedele’ è uno dei termini usati per indicare chi segue una dottrina o un comportamento religioso. Il termine richiama l’obbedienza, sottolineata dall’uso in questa parabola degli altri due termini, ‘padrone’ e ‘servo’. Ma nel modo di vedere le cose di Gesù indica anche un atteggiamento di fiducia. I primi due servi hanno avuto fiducia che il loro padrone li avrebbe ricompensati della loro dedizione nell’usare bene cose di cui non avevano la proprietà, nell’usarle al meglio, come fossero loro. In realtà il padrone fa molto di più, non solo li ricompensa, ma li fa entrare ‘nella sua gioia’. Nella sua famiglia, nella sua casa.

voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, Ef 2, 19

Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. Lc 12, 35-37

Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. Gv 15, 15

Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.


Il terzo servo è invece uno che non è fedele, nel senso che non si fida. Ha paura del padrone. Non usa neppure i talenti per farsi i propri affari, perché ha paura della punizione. E non li usa per arricchire il padrone; perché dovrebbe? Mica li sente come suoi. Quindi quei talenti non servono a nulla, né a lui, né al padrone. Infatti vengono nascosti.

Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse.
La paura genera diffidenza. Credo che, anche se non ci piace pensarlo, in questo terzo servo sia possibile intravedere un po’ di noi. Qual è il mio rapporto con Dio? Mi fido di lui o ne ho paura? Dagli atteggiamenti e dai comportamenti si vede qual è il mio atteggiamento, così come si vede nei tre servi. Dio è mio amico o mio nemico? Credo che a volte lo consideriamo, se non nemico, almeno un concorrente. Quindi non ci fidiamo di lui. Se facciamo le cose per lui è più per timore che per amore. Le facciamo per non venir puniti, quindi ci limitiamo al minimo indispensabile, e appena possibile ci facciamo le nostre cose. Verso queste sì che ci impegniamo, verso le sue molto meno. Perché non le consideriamo nostre.

Un capomastro lavorava da molti anni alle dipendenze di una grossa società edile. Un giorno ricevette l’ordine di costruire la villa più bella che sarebbe riuscito a immaginare, secondo un progetto a suo piacere. Poteva costruirla nel posto che più gli gradiva e non badare a spese. I lavori cominciarono, ma approfittando di questa cieca fiducia, il capomastro pensò di usare materiali scadenti, di assumere operai poco competenti a stipendio più basso, e di intascare così la somma risparmiata. Quando la villa fu terminata, durante la festa di inaugurazione, il capomastro consegnò al presidente della società la chiave di entrata. Il presidente gliela restituì e disse, stringendogli la mano: “Questa villa è il nostro regalo per lei in segno di stima e di riconoscenza”



venerdì 11 novembre 2011

stoltezza e saggezza



Prima premessa:
la settimana scorsa abbiamo celebrato la festa di tutti i Santi, che tra le altre cose ci ha ricordato ancora una volta che noi viviamo nella prospettiva della resurrezione e della vita eterna. Ci fa sempre bene ricordarlo, non solo perché apre un orizzonte molto più vasto alla nostra esistenza, ma anche perché ci aiuta a dare un senso preciso alla nostra vita presente. La resurrezione non è solo una cosa di cui mi occuperò, eventualmente, dopo la mia morte. Il modo della resurrezione dipende (e ce lo ha proprio ricordato la festa dei Santi) dal mio modo di vivere oggi.

Seconda premessa:
nel commento al testo degli invitati alle nozze avevo citato questo brano delle dieci ragazze come uno degli esempi in cui compariva la figura dello sposo senza la sposa. Laggiù la sposa la si intravedeva negli invitati, qui la vedremo nelle dieci ragazze che attendono lo sposo.

Mettendo insieme le due premesse mi verrebbe da dire: ma guarda, la vita terrena che prepara la vita eterna (che inizia con il momento della resurrezione) ricorda il fidanzamento che prepara la vita insieme (che inizia con il momento del matrimonio). Sarà per questo che san Paolo scrive questa cosa collegando due cose che apparentemente non centrano nulla?

Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! Ef, 5, 31-32

dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo.


Nella Bibbia il numero 10, insieme al 1000, a volte rappresenta un gruppo definito di persone, e per estensione il popolo stesso di Israele. Bisogna però fare molta attenzione nell’interpretare i numeri, perché i criteri stessi degli scrittori dei testi biblici sono diversi, e a volte un numero significa semplicemente un numero, mentre altre volte ha un significato preciso, che però non sempre siamo in grado di chiarire. Inoltre ai numeri si può far dire di tutto.


Tornando seri, Gesù sta raccontando una parabola, quindi possiamo supporre che il numero che usa abbia un significato preciso, che rimanda quindi al ‘gruppo di persone’, quindi in senso lato alla comunità dei credenti a cui si rivolge. Per semplificare, anche se è rischioso, facciamo che questa ‘comunità dei credenti’ sia identificata con la Chiesa Cattolica, perché in realtà non esiste una ‘comunità’ che raccolga tutti i credenti di tutti i tipi.
Dell’assenza della sposa ho già accennato.

Cinque di esse erano stolte e cinque sagge;

Dei cattolici, metà sono stolti, e metà saggi. Interessante. Tornando un attimo al numero dieci, se le nostre due mani con le loro dieci dita collaborano riescono a svolgere bene il loro compito. In caso contrario si intralciano, si ostacolano, e l’opera non viene bene. Come in questo caso. La ‘sposa’ non è perfetta. La Chiesa non è perfetta. E la cosa interessante è che l’unico difetto che viene evidenziato tra i tanti possibili, è un difetto che può essere corretto. La stoltezza non è infatti come un limite intellettuale o fisico, che devi tenerti così com’è. Non è che metà della Chiesa è fatta di imbecilli. Ma forse è fatta di non-saggi, cioè di persone che potrebbero fare le bene le cose, ma non le fanno. Potrebbero tener conto di alcuni aspetti rivelati e insegnati da Dio, ma li snobbano. Un po’ come gli invitati dell’altra parabola.

le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi.

In cosa consiste la saggezza? Nell’intelligenza? Nelle doti personali? Nella simpatia? Nel titolo di studio? Pare di no. Ciò che distingue le une dalle altre è il saper pensare al futuro. Ma non solo nel senso di essere previdenti. Mi sembra ci sia di più, qui. Qual è il futuro di queste ragazze-sposa? È l’incontro con lo sposo, quindi il matrimonio, che non è solo lo sposalizio, ma tutta la vita insieme. In altre parole, mi sembra che Gesù voglia dire che è essenziale per noi non solo pensare al presente, ma vivere il presente come fidanzamento, come preparazione al futuro definitivo del nostro matrimonio con lui attraverso la resurrezione.
La stoltezza quindi è non dare importanza all’arrivo dello sposo, al pensare solo all’adesso, a se stessi, e non dare importanza a lui e alla vita eterna con lui. Qualcosa di simile a quello che era successo agli invitati alle nozze. Non solo avevano rifiutato (cosa che poteva essere una semplice scortesia), ma avevano sostituito lo sposo con i loro affari, dichiarando così lo sposo non importante per loro. Se non mi interessa lo sposo allora viene meno tutta la mia identità di sposa. Non sono più quello che dovrei essere. Potrei essere tanto ma mi accontento di essere poco. Non sono capace di guardare la mia vita in tutta la sua estensione, che è l’estensione che ci ha aperto Cristo con la resurrezione.

Il Padre ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. E' lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati. Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose. Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli. Col 1, 13-20

Inoltre, come vedremo dal finale, se lo sposo non mi interessa mi metto con le mie mani fuori dalla sua casa (che in quanto sposa è anche casa mia). Passando dal simbolo alla realtà che mi pare che Gesù voglia farci notare, se il matrimonio è la resurrezione e la vita insieme è la vita eterna, rifiutando il matrimonio rifiuto anche la vita insieme (non vi conosco).
 
Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.

Lo sposo tarda. Le ragazze dormono. Non tutto fila liscio. Lo sposo stesso non rispetta gli orari, non risponde alle nostre aspettative. Le ragazze (tutte, anche le sagge) non sono sempre attente e pronte. Si addormentano. Quante volte è successo anche a me di ‘addormentarmi’ spiritualmente, di perdere attenzione, di quasi dimenticarmi dello scopo della mia vita…

A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”.

Ecco il grande momento. In greco, la lingua dei vangeli, ci sono due termini per indicare il Tempo: chrònos e kairòs. Il Chronos è il tempo che scorre. Il Kairòs è il grande momento che dà senso a tutto il mio tempo.
Il Chronos è il tempo da riempire con qualcosa. È il tempo che dura un po’ e poi finisce.

La nostra vita è breve e triste;
non c'è rimedio, quando l'uomo muore,
e non si conosce nessuno che liberi dagli inferi.
Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati.
E' un fumo il soffio delle nostre narici,
il pensiero è una scintilla nel palpito del nostro cuore.
Una volta spentasi questa, il corpo diventerà cenere
e lo spirito si dissiperà come aria leggera.
Il nostro nome sarà dimenticato con il tempo
e nessuno si ricorderà delle nostre opere.
La nostra vita passerà come le tracce di una nube,
si disperderà come nebbia
scacciata dai raggi del sole e disciolta dal calore.
La nostra esistenza è il passare di un'ombra
e non c'è ritorno alla nostra morte,
poiché il sigillo è posto e nessuno torna indietro.
Su, godiamoci i beni presenti,
facciamo uso delle creature con ardore giovanile!
Inebriamoci di vino squisito e di profumi,
non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera,
coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano;
nessuno di noi manchi alla nostra intemperanza.
Lasciamo dovunque i segni della nostra gioia
perché questo ci spetta, questa è la nostra parte. Sap 2, 1-9


Il Kairòs è il senso del tempo, che sa riconoscere il momento importante, per cui vale la pena vivere, il momento da non lasciarsi scappare.

Come ti chiami, ragazzo che non vuole andare mai a scuola?
Mi chiamano Lupetto
Piccolo lupo del bosco – dice il Dio – mettiti sotto quel nocciolo umido di brina, e fai in modo di ascoltare il rumore delle stille che cadono. Fatto? Ora ti spiegherò una cosa fondamentale. Questo – dice – è un orologio per il mondo di fuori.
E tira fuori una cipolla meravigliosa, di acciaio brunito con un disegno di stelle e di pesci …
È meraviglioso – dico io.
Il diavolo ne ha di più belli … ma anche questo non è male. Questo è l’orologio che segna il tuo giorno cosiddetto normale: quello del far tardi a scuola, dell’alzarsi presto, delle ore che non passano mai, dei calendari, del lei guarirà in dieci giorni, del lei morirà tra sei mesi, dei moti stellari, delle maree e delle partite di calcio. Ma attenzione!
Il signor Dio ingoia l’orologio in un boccone
Ora ascolta
E io ascoltai il ticchettio delle gocce che cadevano dal nocciolo.
Ecco, questo è il rumore dell’orologio dentro. Questo misura un tempo che non va diritto, ma avanti e indietro, fa curve e tornanti, si arrotola, inventa, si rimette in scena. È un tempo che non puoi misurare né coi cronometri, né col più sofisticato astromacchinario. È il tempo tuo, misura la tua vita che è unica, e quindi è diverso dal mio e da quello di Gabriele, il mio emerito cane.
Il cane si inchinò e vidi che aveva un orologio alla zampa.
Non ti spaventare, ma tu vivrai sempre con due orologi, uno fuori e uno dentro. Quello fuori ti sarà utile per non fare tardi a scuola, quando aspetti la corriera e il giorno che muori, per calcolare quanto hai vissuto. L’altro, che comprende centosettantasei tempi protologici, novanta escatologici, e trentasei tempi romanzati caotici, l’hai ingoiato da piccolo, anche se non ricordi…
Stefano Benni - Saltatempo

Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade.

È un’azione che non esprime solo i preparativi immediati (le ragazze che si svegliano e in tutta fretta recuperano e accendono le lampade), ma che funziona solo se i preparativi sono stati fatti bene prima. Non basta svegliarsi all’ultimo momento. Posso anche avere un momento di sonnolenza spirituale, ma se a tempo debito ho provveduto al necessario, non ho problemi a recuperare l’attenzione. In caso contrario la luce della mia lampada si spegne, non è stata curata, non ho saputo individuare e preparare il grande momento, e quando arriva non sono pronto.

Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.

Il proprio ‘olio’, il proprio carburante, è personale, è ciò che ho provveduto perché la lampada della mia vita sia accesa, quindi indichi che non mi sono dimenticato dello sposo. La lampada accesa è il segno della propria partecipazione: io ci sono, sono pronto. Anche se lo sposo tarda, anche se lo sposo non arriva, io sono pronto per lui, perché è lui che mi interessa. È vero che l’attesa può allentarsi, e io addormentarmi, ma questo è il segno della mia debolezza, dei miei limiti, non del mio poco amore. Io ti amo, Signore, ma non riesco sempre a essere sveglio e attento. Però voglio essere pronto quando arrivi, in qualunque momento questo avvenga.

Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”.


Le stolte hanno perso il kairòs, il momento buono, perché non hanno saputo gestire bene il chronos, il tempo che avevano a disposizione.

la luce della lampada non brillerà più in te;
e voce di sposo e di sposa non si udrà più in te. Ap 18, 23

Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.

Questa affermazione sottolinea una mancanza totale di rapporto. Non è solo l’errore di un momento, l’assopimento o l’essere stati presi alla sprovvista. ‘Non vi conosco’ significa che non c’è mai stato incontro, che non c’è mai stato fidanzamento. E non ci si sposa con qualcuno che non si conosce, che non è mai stato realmente innamorato.
Le sagge sono state tali perché davvero innamorate, e ora che arriva il grande momento sono pronte. Il matrimonio si può celebrare, la vita insieme può iniziare.

Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, 
un diadema regale nella palma del tuo Dio.
Nessuno ti chiamerà più « Abbandonata », 
né la tua terra sarà più detta « Devastata »,
ma tu sarai chiamata « Mio compiacimento » 
e la tua terra, « Sposata »,
perché si compiacerà di te il Signore 
e la tua terra avrà uno sposo.
Sì, come un giovane sposa una vergine, 
così ti sposerà il tuo creatore;
come gioisce lo sposo per la sposa, 
così per te gioirà il tuo Dio. Is, 62, 1-5