mercoledì 6 dicembre 2017

Talent



Mt 25, 14-30

Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni.

Arrivo solo ora a commentare il vangelo del 19 novembre, ma forse è un bene (dico così per giustificare la mia pigrizia, ovviamente) perché casca a fagiolo con il messaggio del tempo di Avvento che è iniziato domenica scorsa. Che non è (o non è solamente, come comunemente si ritiene) la preparazione al Natale, ma quella al ritorno di Cristo. Tanto è vero che le letture di domenica scorsa il tema del Natale non lo accennavano minimamente. E come l’Avvento sembra parli di una cosa e invece parla di un’altra, così la parabola dei talenti.

A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.

Sentendo la parola talenti automaticamente ormai siamo portati a pensare alle doti e alle capacità di ciascuno, tanto che ormai anche nel linguaggio comune ‘talento’ proprio questo significa, e in televisione proliferano i vari talent show che hanno lo scopo di esibire le capacità delle persone che gareggiano.


Ma non sono tanto sicuro che fosse proprio questo il significato dato a Gesù in questa parabola. Innanzitutto il termine ‘talento’, nel testo, si riferisce a una somma di denaro. Una grande somma di denaro.

Il talento, come la mina, è una "moneta di conto", cioè un'unità monetaria che non esiste in realtà ma alla quale si fa riferimento per calcolare somme di grande quantità … Il talento attico, di cui parlano i Vangeli, si divideva in sessanta mine, ognuna delle quali valeva cento denari … si è calcolato che in quindici anni un lavoratore poteva guadagnare un talento in tutto... 

È vero che le parabole usano immagini simboliche per richiamare altre realtà, ma occorre sempre partire dal significato principale dell’immagine per coglierne quello simbolico nel modo giusto. E se ci riusciamo è bene dare alle immagini che Gesù usa il significato che vuole lui, non quello che ci vediamo noi, altrimenti si rischia di non capire.
L’uomo che affida i talenti ai suoi servi consegna loro non solo delle somme di denaro, ma ‘i suoi beni’. Un affidamento totale, non solo parziale. E, attenzione, questi beni non sono dei servi, sono suoi. Li affida a loro, ma rimangono suoi. 
In tutto sono otto talenti. Se un talento equivaleva a 15 anni di lavoro, equiparato a spanne ai prezzi di oggi e tenendoci bassi calcolando 1000 euro al mese di stipendio (per comodità di calcolo), 1000 euro x 12 mesi x 15 anni = 180000 euro fanno un talento. 8 talenti sono 1.440.000 euro. Al primo servo vengono consegnati 5 talenti, quindi 900.000 euro, al secondo 360.000, al terzo 180.000. Questo calcolo ci permette di correggere una prima impressione che si ha ascoltando superficialmente la parabola, e cioè che al povero terzo servo siano stati dati pochi miseri spiccioli. 180.000 euro non sono una piccola cifra certamente.
Il secondo particolare da notare è che il padrone dà i talenti ‘secondo le capacità di ciascuno’. Ma se è così, se i talenti sono dati secondo le capacità, allora non sono le capacità. Le capacità sono proprie dei servi, i talenti sono proprietà del padrone.

Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due.

Le capacità dei primi due servi vengono utilizzate per moltiplicare i talenti. In questo non c’è nessuna discriminazione tra loro (perché questo è il vero inghippo che immediatamente ci turba in questa parabola: che al terzo servo sia stata fatta un’ingiustizia), perché anche il terzo avrebbe potuto fare la stessa cosa. Come vedremo la risposta del padrone è identica per il primo che ha raddoppiato la cifra come per il secondo. Sarebbe stata la stessa anche per il terzo se avesse fatto altrettanto.

Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.

Ecco il collegamento con l’Avvento: il ritorno del padrone ‘dopo molto tempo’.

Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.

Prendi parte alla gioia del tuo padrone. Come hai saputo prendere a cuore i suoi beni come fossero tuoi. Prendere parte, ecco la chiave per comprendere il comportamento dei primi due servi e quello, in negativo del terzo.


Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse.

‘Ecco ciò che è tuo’. Credo che questa sia una delle espressioni centrali utili per comprendere questa parabola. Certo che il talento è suo, è del padrone. Ma mentre gli altri due si sono presi a cuore in qualche modo le proprietà del padrone e le hanno sviluppate come fossero loro, mettendogli a disposizione le proprie capacità, il terzo servo ha tenuto per sé le proprie capacità e per il padrone il suo talento. Non ha voluto collegare le due cose. Non si è immischiato. Non ha voluto prendersi a cuore i beni del padrone che gli erano stati affidati.
Mi sembra di sentir risuonare le parole del figlio maggiore della parabola del figliol prodigo: ‘io ti servo da tanti anni e non mi hai mai dato un capretto…’ e la risposta del padre ‘figlio, tutto quello che è mio è tuo’.
I primi due servi si sono comportati come figli. Il terzo ha preferito rimanere servo.
E il motivo? ‘Ho avuto paura’. Un figlio non ha (normalmente) paura del padre. Un servo invece può averla. E da cosa è generata questa paura? ‘So che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso’. Questa è l’immagine che il servo ha del padrone. E in base a questa immagine che si è creata agisce di conseguenza. Ma un padrone che affida al proprio servo 180.000 euro non corrisponde molto a questa idea di diffidenza e di paura. Ma quest’uomo non se ne rende conto, servo ancora più che del padrone della propria idea che ha di lui.
Ci sarebbe stata ancora una possibilità per questo servo: pur nella distorsione dell’immagine che ha del padrone, avrebbe almeno potuto, se non voleva utilizzare le proprie capacità per lui come hanno fatto gli altri, sfruttare le capacità di altri. Mettere il denaro in banca non gli sarebbe costato né sforzo né impegno e avrebbe ottenuto come risultato degli interessi (evidentemente era ancora il tempo in cui mettere i soldi in banca rendeva qualcosa). Ma forse è proprio questa la maggiore aberrazione ottenuta dal suo atteggiamento: non solo ha paura del padrone e diffida di lui, non solo non vuole faticare e mettere in gioco per lui il proprio tempo e le proprie capacità, non vuole nemmeno che il padrone ne abbia dei vantaggi. 
Da qui si può scorgere in lontananza un’altra parabola, quella in cui non solo i servi non vogliono rendere al padrone ciò che è suo, ma finiscono per ucciderlo per avere tutto loro.

Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Ancora una volta il richiamo alle tenebre eterne, ma mentre una lettura superficiale ci portava sull’orlo del risentimento verso il padrone per questo poveretto che veniva discriminato ingiustamente e pure punito, ora si comincia a cogliere più in profondità di quanto possano dipendere da noi le conseguenze delle nostre immagini sbagliate di Dio.

Un capomastro lavorava da molti anni alle dipendenze di una grossa società edile. Un giorno ricevette l’ordine di costruire la villa più bella che sarebbe riuscito a immaginare, secondo un progetto a suo piacere. Poteva costruirla nel posto che più gli gradiva e non badare a spese. I lavori cominciarono, ma approfittando di questa cieca fiducia, il capomastro pensò di usare materiali scadenti, di assumere operai poco competenti a stipendio più basso, e di intascare così la somma risparmiata. Quando la villa fu terminata, durante la festa di inaugurazione, il capomastro consegnò al presidente della società la chiave di entrata. Il presidente gliela restituì e disse, stringendogli la mano: “Questa villa è il nostro regalo per lei in segno di stima e di riconoscenza”


venerdì 20 ottobre 2017

Invito



Mt 22, 1-14

Gesù, riprese a parlare con parabole e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio.

Questa parabola inizia con un accenno che diventerà essenziale man mano che si svilupperanno gli eventi raccontati. C’è una festa di nozze, e lo sposo è il figlio del re. Il riferimento al Figlio è importante perché richiama Gesù stesso. Ma se  il Figlio è lo sposo, la sposa chi è?

Mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.

Gli invitati scelti per primi, che potremmo considerare i parenti e amici più intimi, curiosamente non vogliono partecipare. Preferiscono continuare con le proprie attività. Alcuni addirittura uccidono i servi mandati a invitarli.


Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.

Vengono chiamati altri invitati. Non sono i più vicini e gli amici più stretti. E sono sia cattivi che buoni. Se volessimo semplificare potremmo dire che questa parabola parla di chi va a messa e di chi non ci va. ‘Beati gli invitati alla mensa del Signore’, dice il celebrante prima di dare la comunione. Chi va a messa ha accettato l’invito, ma non può sentirsi migliore degli altri, perché sono stati gli altri a essere invitati per primi. Ma hanno rifiutato.

Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.

La parabola si conclude in modo sconcertante. Uno degli invitati, uno di quelli della seconda infornata, non indossa l’abito nuziale. E a causa di questa mancanza viene cacciato fuori ‘nelle tenebre, dov’è pianto e stridore di denti’. Com’è possibile che la mancanza di un vestito adeguato possa portare a una tale punizione? Evidentemente questo abito nuziale ha un significato particolare. La parola ‘abito’ deriva dal latino ‘Habitus’ che significa soprattutto modo di essere, personalità, da cui anche la parola ‘abitudine’. Evidentemente il problema qui non è il vestito, ma il comportamento. Non basta accettare l’invito del Dio, occorre anche comportarsi di conseguenza. È vero che i primi invitati (chi non va a messa) non hanno accettato, ma è altrettanto vero che chi ha accettato (chi va a messa) deve comportarsi in modo adeguato.
Ma non è ancora finita: abbiamo ancora una domanda a cui dare risposta: dov’è la sposa? Ed ecco che torna in ballo l’abito nuziale, che prima ancora di rappresentare il comportamento richiama una realtà molto più immediata: è il vestito della sposa. Torniamo così all’inizio della parabola. È un pranzo di nozze, ma gli invitati, sia chi ha accettato, sia chi non ha voluto partecipare, non sono considerati solo parenti o amici, invitati generici per quanto vicini. Attraverso di loro si intravvede la sposa. Non sono solo invitati a pranzo, per il quale un rifiuto, pur essendo gesto scortese, non sarebbe tuttavia molto di più. Sono invitati a diventare la Sposa! Ecco perché due così sproporzionate arrabbiature del Re: la sua richiesta non è solo un invito, ma è una proposta di matrimonio. Dio ama l’umanità e vuole darle in sposo il suo Figlio, ma la sposa rifiuta (gli invitati che dicono no) o vuole approfittare dell’invito per gestirselo a modo suo (l’invitato senza abito nuziale). Questo rifiuto diventa rifiuto verso Dio stesso. E se Dio è la fonte della vita, il rifiuto di Dio diventa scelta di morte

Cristo sposo della Chiesa

Accusate vostra madre, accusatela, 
perchè essa non è più mia moglie e io non sono più suo marito!
Si tolga dalla faccia i segni delle sue prostituzioni 
e i segni del suo adulterio dal suo petto;
altrimenti la spoglierò tutta nuda e la renderò come quando nacque
e la ridurrò a un deserto, come una terra arida, e la farò morire di sete.
I suoi figli non li amerò, perchè sono figli di prostituzione.
La loro madre si è prostituita, la loro genitrice si è coperta di vergogna.
Essa ha detto: “Seguirò i miei amanti, che mi danno il mio pane e la mia acqua,
la mia lana, il mio lino, il mio olio e le mie bevande”.
Perciò ti sbarrerò la strada di spine e ne cingerò il recinto di barriere 
e non ritroverà i suoi sentieri.
Inseguirà i suoi amanti, ma non li raggiungerà, li cercherà senza trovarli.
Allora dirà: “Ritornerò al mio marito di prima perchè ero più felice di ora”.
Non capì che io le davo grano, vino nuovo e olio
e le prodigavo l'argento e l'oro che hanno usato per Baal.
Perciò anch'io tornerò a riprendere il mio grano, a suo tempo,
il mio vino nuovo nella sua stagione; 
ritirerò la lana e il lino che dovevan coprire le sue nudità.
Scoprirò allora le sue vergogne agli occhi dei suoi amanti 
e nessuno la toglierà dalle mie mani.
Farò cessare tutte le sue gioie, le feste, i noviluni, i sabati, tutte le sue solennità.
Devasterò le sue viti e i suoi fichi, di cui essa diceva: 
“Ecco il dono che mi han dato i miei amanti”.
La ridurrò a una sterpaglia e a un pascolo di animali selvatici.
Le farò scontare i giorni dei Baal, quando bruciava loro i profumi,
si adornava di anelli e di collane e seguiva i suoi amanti mentre dimenticava me!
Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore.
Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acòr in porta di speranza.
Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d'Egitto.
E avverrà in quel giorno che mi chiamerai: Marito mio, 
e non mi chiamerai più: Mio padrone.
Le toglierò dalla bocca i nomi dei Baal, che non saranno più ricordati.
In quel tempo farò per loro un'alleanza con le bestie della terra
e gli uccelli del cielo e con i rettili del suolo;
arco e spada e guerra eliminerò dal paese; e li farò riposare tranquilli.
Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto,
nella benevolenza e nell'amore,
ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore. Osea 2, 4-22


giovedì 28 settembre 2017

primi e ultimi



Mt 20, 1-16

Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.

Un unico commento: tendiamo a far nostre le ragioni dei primi, di chi ha lavorato tutto il giorno, perché in fondo ci identifichiamo con lui. Ci diamo da fare, ci impegniamo, facciamo le cose per bene, e ci irrita che chi ha fatto poco o nulla sia trattato come noi. 
Ma noi non siamo i primi…


venerdì 15 settembre 2017

Importanza delle parole



Mt 16, 21-27

Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te,

Fratello.
Non conoscente, non nemico, non avversario. Chi ha fatto qualcosa contro di te è tuo fratello. Può un fratello commettere una colpa contro di te? Certo. Ma rimane tuo fratello. Invece appena qualcuno ci fa del male lo declassiamo subito a estraneo, prendiamo le distanze, tagliamo i ponti.

Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Mt 18, 21-22

va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello;

Fra te e lui solo.
Facilmente saltiamo questo passaggio e passiamo al successivo, parlandone con chiunque tranne che con l’interessato.


se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.

Testimoni
Non alleati. Quando lo diciamo ad altri, non solo diamo solamente la nostra versione, non sempre vera e completa, ma tendiamo a dare in modo che gli altri ci diano ragione, che passino dalla nostra parte. Mentre invece è necessario che ci sia qualcuno che veda le cose diversamente da come le vediamo noi. Dei testimoni, appunto.

Nei vostri giudizi non avrete riguardi personali, darete ascolto al piccolo come al grande; non temerete alcun uomo, poiché il giudizio appartiene a Dio. Dt 1, 17

Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità;

Comunità
Il passaggio che generalmente noi facciamo per primi, l’andarlo a dire a tutti, qui viene messo alla fine. Non come la prima cosa da fare ma come l’ultima, come la decisione e la difesa estrema. Talmente estrema che se sono stati fatti i passi precedenti non dovrebbe mai essere attuata.

e se non ascolterà neanche la comunità,

È ciò che è conosciuto come scomunica. Esiste ancora, appunto come atto estremo di difesa della comunità cristiana. Ma è competenza della guida della chiesa, non nostra. Noi non possiamo scomunicare nessuno (anche se ahimè lo facciamo spesso).

sia per te come il pagano e il pubblicano.

Pagano e pubblicano
Cioè sia considerato fuori della comunità. Ma attenzione: Gesù come tratta i pagani e i pubblicani?

Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro”.  Lc 18, 10-14


In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.

Ma se scioglie quello che Cristo ha legato? O se si lega quello che Cristo ha sciolto?