mercoledì 7 febbraio 2018

E' più forte di me



Mc 1, 21-28

Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, a Cafàrnao, insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi.

Gesù ha autorità. Evidentemente il suo modo di insegnare possiede un’autorevolezza che gli scribi non hanno, ma questa autorità la si può intendere anche come l’essere autore di ciò che sta avvenendo. Il vangelo non esiste ancora, e Gesù stesso lo sta scrivendo, lo sta creando con le sue parole e con le sue azioni.

Nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro

Il termine ‘spirito’ è uno di quelli che maggiormente confondono le idee. Anche se l’origine della parola in latino richiama il respiro, la vita, quindi qualcosa di interiore, nel linguaggio parlato noi occidentali intendiamo genericamente con spirito qualunque cosa richiami al soprannaturale, quindi qualcosa o qualcuno al di fuori di noi. Nella cultura ebraica per ‘spirito’ si intende sì qualcosa di soprannaturale ma anche e prima ancora l’interiorità della persona. Quello che noi occidentali chiameremmo forse il ‘cuore’.

…il faraone si svegliò: era stato un sogno. Alla mattina il suo spirito ne era turbato. Gen 41, 7-8
Sansone bevve, il suo spirito si rianimò ed egli riprese vita. Gdc 15, 19
Entrò da Acab la moglie Gezabele e gli domandò: “Perché mai il tuo spirito è tanto amareggiato e perché non vuoi mangiare?”. I Re 21, 5

Dunque, prima di vedere all’opera qualcosa di soprannaturale e di demoniaco, possiamo cogliere in quest’uomo nella sinagoga di Cafarnao ‘uno spirito’, cioè un cuore, ‘impuro’. Da questo spirito, da questo cuore impuro, quest’uomo è posseduto. Credo possa essere saggio per ciascuno di noi verificare se possiede il cuore impuro, contaminato da qualcosa. E credo che onestamente possiamo ammettere che queste contaminazioni non ci sono del tutto estranee. Contaminazioni affettive, emotive, ossessive, aggressive ce ne portiamo dentro ogni giorno. Chi di noi non è stato almeno alcune volte preda di ansie, preoccupazioni, desideri travolgenti, emozioni difficilmente controllabili? Anche l’uomo della sinagoga ha il cuore contaminato. E questa contaminazione è diventata per lui un vincolo, una schiavitù. Ne è posseduto, non riesce più da solo a liberarsene. È più forte di lui (quante volte abbiamo sentito o pronunciato questa espressione!).


e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci?

Credo che a tutti sia successo qualche volta di assistere alla scena di qualcuno che viene accusato o criticato dei suoi atteggiamenti e invece di mettersi in discussione si inalbera e reagisce violentemente: ‘Fatti gli affari tuoi!’, ‘Non rompermi le scatole!’.

Io so chi tu sei: il santo di Dio!».

Questa frase è più misteriosa. Lascia intravvedere dietro a questo atteggiamento una conoscenza che va oltre l’umano. Prima di inoltrarmi però a vedere dietro (o dentro) a quest’uomo una presenza maligna, mi fermerei a considerare un altro aspetto molto più, diciamo, alla nostra portata. È un aspetto legato a ciò che si diceva poco fa: la reazione di stizza e di ribellione presuppone che chi ci sta criticando o accusando abbia in fondo ragione. E noi questa ragione non vogliamo sentirla perché dovremmo ammettere di aver sbagliato e in più darci da fare a cambiare i nostri atteggiamenti. Cosa che non vogliamo fare, quindi reagiamo urlando (‘cominciò a gridare’) e aggredendo (’che vuoi da me?’). Sappiamo benissimo che l’altro ha ragione (‘io so chi tu sei’), ma non vogliamo ascoltare.

E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!».

Lo vedremo ancora più avanti, Gesù non lascia parlare gli ‘spiriti’. Perché? Eppure lui è ancora sconosciuto, e gli farebbe comodo un po’ di pubblicità. Ma non è questo che vuole. Sapere intellettualmente che Gesù è ‘il santo di Dio’ in realtà non ci serve a molto. Così come conoscere a memoria tutti i vangeli non aumenta il nostro rapporto con Cristo. Una consapevolezza personale la si può ottenere solamente con una frequentazione costante e prolungata con lui. Questo ‘spirito’, il cuore di quest’uomo, sa chi è Gesù, ma non ha nessuna intenzione di ascoltarlo o di seguirlo. Ecco perché Gesù lo fa tacere. Per arrivare a conoscere Gesù (che è diverso dal sapere chi è Gesù) occorre per prima cosa ascoltarlo, poi seguirlo e per molto tempo stare con lui. La vera professione di fede avverrà al termine del vangelo, non all’inizio:

Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: “Davvero costui era Figlio di Dio!”. Mt 27, 54

Per arrivare a questa esclamazione ci vuole in mezzo tutta l’esperienza degli apostoli, della folla, del centurione stesso. Un’esperienza di confronto con Cristo, di ascolto, di incomprensione magari, anche di ribellione e di diffidenza, ma sempre al suo seguito. Questo ‘spirito’ sa bene chi è Gesù ma non lo vuole. Mi viene in mente l’episodio del ricco, dove non ci sono spiriti ma c’è certamente una possessione.

Mentre Gesù usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre”. Egli allora gli disse: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”. Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”. Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni. Mc 10, 17-22
 
 
E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.

Liberarsi dalle proprie contaminazioni, dalle proprie dipendenze, non è facile. Pensiamo a quelle dipendenze più eclatanti che sono la droga, l’alcool, il fumo o il gioco. Quanto è difficile uscirne! E anche le altre dipendenze a cui abbiamo accennato non sono da meno quanto a fatica nel liberarsene.

Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

Non ho volutamente tirato in ballo satana nel commentare questo episodio. Innanzitutto perché non mi pare che si parli principalmente di lui, come abbiamo visto. In secondo luogo perché diffido un po’ di chi tira in ballo il diavolo tutti i momenti. Come cristiano riconosco in Cristo il vincitore del maligno e quindi non devo più preoccuparmene granchè, e poi ritengo che essere creati liberi significa anche assumersi tutte le responsabilità. E vedere sempre il diavolo in azione per farci compiere il male mi sembra troppo deresponsabilizzante e contrario al messaggio di Cristo, che pure di satana parla quando necessario. Infine c’è un ultimo motivo: quando facciamo il male non c’è bisogno che satana intervenga, facciamo già tutto noi. A lui non resta che stare a guardare.


mercoledì 17 gennaio 2018

buona Pasqua



Gv 1, 35-42

Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?».

Abbiamo da poco passato il Natale, e ora che questa ricorrenza è passata che si fa? Se il Natale è solo una delle festività, non resta che aspettarne un’altra. Come il mio amico Enzo, che è un po’ particolare e che in questi giorni è venuto da me con un pandoro tutto accartocciato e mi ha augurato buona Pasqua. Ma se anche, oltre la festività, abbiamo colto l’evento in essa racchiuso di Dio che entra nella vita dell’umanità rendendosi più avvicinabile, la domanda in fondo rimane. Ora che Dio si è fatto uomo che si fa? Se questa incarnazione ci può facilitare l’incontro con lui, allora bisognerebbe realizzarlo, questo incontro. Ed ecco che il vangelo di domenica scorsa ci suggerisce qualche spunto.
Gesù chiede: ‘Che cosa cercate?’ Riflettere su questa domanda mi ha fatto pensare a molte cose (tra l'altro queste sono le prime parole di Gesù nel vangelo di Giovanni). La prima considerazione preliminare, magari ovvia, è che se Dio non si fosse fatto vedere qualunque nostro sforzo di ricerca sarebbe stato vano. Ma il solo suo incarnarsi non è sufficiente perché avvenga l’incontro. Occorre un nostro muoverci in ricerca. Ma, ecco la domanda di Gesù, non è sufficiente qualunque ricerca: cosa cerchiamo veramente? Se cerchiamo altro, lui può anche essere vicino e raggiungibile ma non lo incontreremo. E ancora, ultima considerazione, è anche possibile che noi cerchiamo proprio lui, ma come vorremmo che fosse, o come immaginiamo che sia, mentre lui si presenta in tutt’altro modo. Ancora una volta il risultato sarebbe un non incontro, o al più un incontro deludente. E’ un po’ quello che è successo alla gente di Israele che aspettava il Messia, ma quando è arrivato molti non hanno saputo riconoscerlo perché era diverso da come se lo aspettavano.


Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

Per Andrea e per il suo amico (un altro discepolo sconosciuto in cui possiamo intravvedere noi stessi) l’incontro avviene, anche perché favorito dal Battista che presenta loro Gesù. Loro cercavano, non avevano ancora trovato ma si erano fatti aiutare da qualcuno che ne sapeva di più. Ed ecco che possono ‘andare, vedere e rimanere con lui’. A sua volta Andrea fa il ‘Giovanni Battista’ per suo fratello Simone, che può anche lui incontrare e conoscere Gesù. E poi Simone, Andrea e gli altri apostoli a loro volta lo presenteranno ad altri ed ecco che il cercare di molti diventa per loro il trovare colui che cercano. Non sempre l’incontro con Gesù corrisponderà alla loro ricerca e alle loro aspettative. Alcuni saranno delusi e insoddisfatti. Altri se ne andranno. Ma intanto abbiamo capito come può realizzarsi l’incontro.



giovedì 21 dicembre 2017

Natale

Circondata e un po’ distratta da luci scintillanti e pubblicità suadenti, questa festività ha bisogno ogni anno di essere ripulita e ricondotta alla sua origine: l’Incarnazione di Cristo. Una incarnazione che ha delle forme molto diverse dalla semplificazione che a volte ne abbiamo fatto. Un evento che possiede molti risvolti drammatici, come del resto anche la nostra vita, che non è quasi mai come quella delle pubblicità. Rivivere il Natale così come è avvenuto, senza lasciarci sviare troppo dalle vetrine luccicanti e dalle luci per strada, dai regali e dagli auguri, pur belli e piacevoli, è un esercizio assai utile da fare ogni anno.

Proviamo allora a ripercorrere quegli eventi, per evidenziarne il realismo e la vicinanza con le nostre esperienze di vita: già a partire dall’annuncio a Maria cominciano le sfide ai protagonisti di questa vicenda. Maria riceve la visita dell’angelo, ma fatica a comprendere, è riluttante e non capisce. E dopo che ha detto il suo sì tutta la sua deve cambiare in modo imprevisto e tutt’altro che facile. Come avrà vissuto quella maternità inaspettata e non voluta? Come lo avrà detto alla famiglia? E soprattutto come lo avrà detto a Giuseppe? 
Da parte sua Giuseppe deve scontrarsi con un annuncio che è tutt’altro che poetico e sognante: la sua promessa sposa aspetta un bambino, e lui non è il padre. Non è difficile immaginare le ore di dubbio, rabbia e ribellione che lo hanno attanagliato. E mentre vive questo tormento (cos'avrà pensato di Maria?) si trova in un ulteriore dilemma. Maria aspetta un bambino da un altro e non sono ancora sposati: è un'adultera, e la punizione per le adultere è la lapidazione, se lui rende pubblico il suo stato. Se protegge se stesso condanna lei. Il tutto mentre deve essere terribilmente risentito nei suoi confronti. Deve amarla davvero tanto se mentre soffre continua a preoccuparsi per lei e a cercare una soluzione che la protegga e la salvi. Poi arriva l'angelo che lo rassicura, ma che momenti deve aver passato!
Poi c’è il matrimonio improvviso e improvvisato, sicuramente molto diverso da quello che avevano in mente. C’è da cominciare una vita insieme con un bambino in arrivo. E che bambino! 
Poi il viaggio da Nazaret a Betlemme, viaggio che fanno non per andare in vacanza ma perché vi sono costretti dalla decisione dell’imperatore che vuole il censimento; percorso lungo e faticoso, 130 chilometri fatti a piedi su e giù per le colline, con al più un asino per portare i bagagli e con Maria ormai prossima al parto. 
E anche l’arrivo a Betlemme è tutt’altro che riposante e piacevole, con Maria che finisce per partorire fuori casa, in un angolo appartato perché non c’è posto per lei da nessuna parte. 
E poi ancora il massacro dei bambini ordinato da Erode e la fuga della Famiglia addirittura in Egitto, verso una destinazione lontana centinaia di chilometri, dove rimarrà rifugiata per anni prima di poter tornare a Nazaret. Un’esperienza non molto diversa da quella che fanno ogni anno ancora oggi milioni di uomini, donne e famiglie intere che attraversano nazioni e continenti perché fuggono da minacce, violenze e povertà.

Insomma, esperienze faticose e impegnative fanno da contorno all’evento dell’incarnazione che celebriamo a Natale. Eppure sono proprio queste che ci fanno sentire il Signore vicino già dall’inizio della sua vita terrena, inserito in una esperienza quotidiana fatta certamente di momenti piacevoli e belli, che speriamo siano sempre tanti, ma anche di situazioni faticose e impegnative, che il Signore ha voluto vivere come noi e con noi. 
Ecco come Dio ha scelto di venire sulla terra: non con effetti speciali roboanti e travolgenti, non con eventi impressionanti e sconvolgenti, ma nella quotidianità di un popolo, negli eventi piacevoli e tristi di una famiglia, nella vita semplice e nascosta di una terra sconosciuta e lontana. 
Insomma, Dio è sceso esattamente nella nostra vita di tutti i giorni. E mentre il giorno di Natale passa in fretta con i suoi scintillii e con le sue luci, la vita quotidiana trascorre lenta e regolare tutto l’anno, a volte piacevole e a volte faticosa; a volte emozionante e a volte noiosa. Ed è proprio in questa vita, meno luccicante ma più vera che il Signore Gesù ha deciso di scendere. 
Non lasciamolo fuori, facciamolo entrare. Credo sia il regalo migliore che possiamo fargli per festeggiare la sua nascita.


Buon Natale!



mercoledì 6 dicembre 2017

Talent



Mt 25, 14-30

Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni.

Arrivo solo ora a commentare il vangelo del 19 novembre, ma forse è un bene (dico così per giustificare la mia pigrizia, ovviamente) perché casca a fagiolo con il messaggio del tempo di Avvento che è iniziato domenica scorsa. Che non è (o non è solamente, come comunemente si ritiene) la preparazione al Natale, ma quella al ritorno di Cristo. Tanto è vero che le letture di domenica scorsa il tema del Natale non lo accennavano minimamente. E come l’Avvento sembra parli di una cosa e invece parla di un’altra, così la parabola dei talenti.

A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.

Sentendo la parola talenti automaticamente ormai siamo portati a pensare alle doti e alle capacità di ciascuno, tanto che ormai anche nel linguaggio comune ‘talento’ proprio questo significa, e in televisione proliferano i vari talent show che hanno lo scopo di esibire le capacità delle persone che gareggiano.


Ma non sono tanto sicuro che fosse proprio questo il significato dato a Gesù in questa parabola. Innanzitutto il termine ‘talento’, nel testo, si riferisce a una somma di denaro. Una grande somma di denaro.

Il talento, come la mina, è una "moneta di conto", cioè un'unità monetaria che non esiste in realtà ma alla quale si fa riferimento per calcolare somme di grande quantità … Il talento attico, di cui parlano i Vangeli, si divideva in sessanta mine, ognuna delle quali valeva cento denari … si è calcolato che in quindici anni un lavoratore poteva guadagnare un talento in tutto... 

È vero che le parabole usano immagini simboliche per richiamare altre realtà, ma occorre sempre partire dal significato principale dell’immagine per coglierne quello simbolico nel modo giusto. E se ci riusciamo è bene dare alle immagini che Gesù usa il significato che vuole lui, non quello che ci vediamo noi, altrimenti si rischia di non capire.
L’uomo che affida i talenti ai suoi servi consegna loro non solo delle somme di denaro, ma ‘i suoi beni’. Un affidamento totale, non solo parziale. E, attenzione, questi beni non sono dei servi, sono suoi. Li affida a loro, ma rimangono suoi. 
In tutto sono otto talenti. Se un talento equivaleva a 15 anni di lavoro, equiparato a spanne ai prezzi di oggi e tenendoci bassi calcolando 1000 euro al mese di stipendio (per comodità di calcolo), 1000 euro x 12 mesi x 15 anni = 180000 euro fanno un talento. 8 talenti sono 1.440.000 euro. Al primo servo vengono consegnati 5 talenti, quindi 900.000 euro, al secondo 360.000, al terzo 180.000. Questo calcolo ci permette di correggere una prima impressione che si ha ascoltando superficialmente la parabola, e cioè che al povero terzo servo siano stati dati pochi miseri spiccioli. 180.000 euro non sono una piccola cifra certamente.
Il secondo particolare da notare è che il padrone dà i talenti ‘secondo le capacità di ciascuno’. Ma se è così, se i talenti sono dati secondo le capacità, allora non sono le capacità. Le capacità sono proprie dei servi, i talenti sono proprietà del padrone.

Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due.

Le capacità dei primi due servi vengono utilizzate per moltiplicare i talenti. In questo non c’è nessuna discriminazione tra loro (perché questo è il vero inghippo che immediatamente ci turba in questa parabola: che al terzo servo sia stata fatta un’ingiustizia), perché anche il terzo avrebbe potuto fare la stessa cosa. Come vedremo la risposta del padrone è identica per il primo che ha raddoppiato la cifra come per il secondo. Sarebbe stata la stessa anche per il terzo se avesse fatto altrettanto.

Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.

Ecco il collegamento con l’Avvento: il ritorno del padrone ‘dopo molto tempo’.

Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.

Prendi parte alla gioia del tuo padrone. Come hai saputo prendere a cuore i suoi beni come fossero tuoi. Prendere parte, ecco la chiave per comprendere il comportamento dei primi due servi e quello, in negativo del terzo.


Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse.

‘Ecco ciò che è tuo’. Credo che questa sia una delle espressioni centrali utili per comprendere questa parabola. Certo che il talento è suo, è del padrone. Ma mentre gli altri due si sono presi a cuore in qualche modo le proprietà del padrone e le hanno sviluppate come fossero loro, mettendogli a disposizione le proprie capacità, il terzo servo ha tenuto per sé le proprie capacità e per il padrone il suo talento. Non ha voluto collegare le due cose. Non si è immischiato. Non ha voluto prendersi a cuore i beni del padrone che gli erano stati affidati.
Mi sembra di sentir risuonare le parole del figlio maggiore della parabola del figliol prodigo: ‘io ti servo da tanti anni e non mi hai mai dato un capretto…’ e la risposta del padre ‘figlio, tutto quello che è mio è tuo’.
I primi due servi si sono comportati come figli. Il terzo ha preferito rimanere servo.
E il motivo? ‘Ho avuto paura’. Un figlio non ha (normalmente) paura del padre. Un servo invece può averla. E da cosa è generata questa paura? ‘So che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso’. Questa è l’immagine che il servo ha del padrone. E in base a questa immagine che si è creata agisce di conseguenza. Ma un padrone che affida al proprio servo 180.000 euro non corrisponde molto a questa idea di diffidenza e di paura. Ma quest’uomo non se ne rende conto, servo ancora più che del padrone della propria idea che ha di lui.
Ci sarebbe stata ancora una possibilità per questo servo: pur nella distorsione dell’immagine che ha del padrone, avrebbe almeno potuto, se non voleva utilizzare le proprie capacità per lui come hanno fatto gli altri, sfruttare le capacità di altri. Mettere il denaro in banca non gli sarebbe costato né sforzo né impegno e avrebbe ottenuto come risultato degli interessi (evidentemente era ancora il tempo in cui mettere i soldi in banca rendeva qualcosa). Ma forse è proprio questa la maggiore aberrazione ottenuta dal suo atteggiamento: non solo ha paura del padrone e diffida di lui, non solo non vuole faticare e mettere in gioco per lui il proprio tempo e le proprie capacità, non vuole nemmeno che il padrone ne abbia dei vantaggi. 
Da qui si può scorgere in lontananza un’altra parabola, quella in cui non solo i servi non vogliono rendere al padrone ciò che è suo, ma finiscono per ucciderlo per avere tutto loro.

Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Ancora una volta il richiamo alle tenebre eterne, ma mentre una lettura superficiale ci portava sull’orlo del risentimento verso il padrone per questo poveretto che veniva discriminato ingiustamente e pure punito, ora si comincia a cogliere più in profondità di quanto possano dipendere da noi le conseguenze delle nostre immagini sbagliate di Dio.

Un capomastro lavorava da molti anni alle dipendenze di una grossa società edile. Un giorno ricevette l’ordine di costruire la villa più bella che sarebbe riuscito a immaginare, secondo un progetto a suo piacere. Poteva costruirla nel posto che più gli gradiva e non badare a spese. I lavori cominciarono, ma approfittando di questa cieca fiducia, il capomastro pensò di usare materiali scadenti, di assumere operai poco competenti a stipendio più basso, e di intascare così la somma risparmiata. Quando la villa fu terminata, durante la festa di inaugurazione, il capomastro consegnò al presidente della società la chiave di entrata. Il presidente gliela restituì e disse, stringendogli la mano: “Questa villa è il nostro regalo per lei in segno di stima e di riconoscenza”